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29/11/2012

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Mentre una mega tromba d’aria si avventa sul disastrato complesso industriale di Taranto, un luogo in cui le disgrazie individuali (licenziamenti/malattie) si sommano alla ventennale insipienza pubblica, i due contendenti per l’investitura a candidato premier per il centro-sinistra si misurano in un confronto “all’americana” in vista del “ballottaggio” delle primarie PD di domenica.

Che ne è uscito? Francamente molto poco: che Bersani è stanco di questa prolungata kermesse di esposizione mediatica che evidentemente non gli è congeniale, che il problema – se Renzi vincesse – è che sarà difficile staccargli la spina di una iper-presenza di spirito: insomma il dilemma per gli elettori d’area consisterebbe nel  far parlare il primo fuori di una programmatica e un po’ bolsa bonomia padana ovvero costringere l’altro a dare contorni concreti ad un sogno di cambiamento.

E questo è quanto è emerso dal confronto televisivo, oltre naturalmente alla constatazione che il Segretario Bersani si veste da burocrate sovietico post-modern e il giovane Renzi da “fighetto” di provincia e di buona famiglia.

Alcuni spunti: entrambi in un modo o nell’altro (Bersani: ci vuole più flessibilità in uscita nel mercato del lavoro; Renzi: buone le “riforme” Fornero)  non si discostano dalla linea Monti in tema di lavoro;  non ne parlano ma evidentemente se vogliono crescita e redistribuzione oppure continuare nell’austerità “senza se e senza ma”.

Il Segretario accenna una mini-autocritica al flebile contrasto al ventennio berlusconiano (es.: mancata legge sul conflitto di interessi e difende le sue “lenzuolate” liberalizzatorie; il Sindaco mette in luce tutte le occasioni mancate dalla sinistra (+ il centro) degli ultimi due decenni.

Una contesa emblematica: quella sull’odiata Equitalia dalla quale Bersani si smarca e che Renzi promette di addomesticare.  Nessuno tocca il cuore del problema: in un Paese in cui si ringraziano i Pavarotti e i Valentino Rossi di pagare un quarto (al massimo…) di quanto devono, ai cittadini “normali” si infliggono punizioni di ogni genere e sanzioni record in Europa per un divieto di sosta, 5 chilometri di eccesso di velocità e “crimini” consimili.  Un esempio incontrovertibile dell’arretratezza italiana: l’equivalente infrazione nella vicina Francia costa 68 euro che scendono – scendono – a 45 se si paga entro 48 giorni (60 nel caso di pagamento on line con carta di credito). Il tutto con due paginette che – se inviate in Italia – saranno in Italiano.   Equitalia fa l’opposto decine di incomprensibili pagine, raddoppio triplico della “pena” e, soprattutto, rapporto costruito sul modello dell’esazione medievale.

Di queste cose non si è parlato, come non si parlato di riportare la politica industriale nelle mani del processo costituzionale, come non si è parlato manco di striscio di politica estera e/o dell’Italia nel mondo, salvo ribadire che anche l’acciaio si può fare con lo “stile” italiano.

Consolazione.  I contendenti fuori del centro-sinistra tacciono. Forse sperano nell’auto-eliminazione degli avversari.

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