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29/10/2013

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Ok. Moriremo berlusconiani (e, del resto, è assai dubbio che sia meglio morire “lettiani” cioè democristiani considerata anche la perfetta continuità tra il Letta zio – già gran ciambellano del Caimano – ed il poliglotta nipote) a meno che il “neo-Rinascimento” renziano non riesca a varcare i confini della “Leopolda” (una ex stazione granducale fiorentina assurta al rango della storica Stazione di Finlandia da cui sbarcò Lenin per vincere (?) la rivoluzione bolscevica) e divulgare il suo ambiguo, ma roseo,  messaggio all’intera disastrata Italia.

Moriremmo berlusconiani se la “dinasty” ed in particolare le figlie di primo, e di secondo, letto Marina e Barbara (il “lettone” regalato da Putin non ha prodotto eredi…) si accorderanno sia sulla spartizione che sulle responsabilità “politiche”: ci sarebbe da vergognarsi a parlarne  se questo non fosse lo stato del “dibattito” nazionale.

Ma intanto, mentre il Belpaese è affaccendato in queste – e altre simili – minute distrazioni, il mondo si muove – nel bene e nel male e registra eventi che confermano come la storia prosegua il suo incessante zig-zag.  Questo è il caso che ieri mattina ha tenuto i media (e i dirigenti “globali”) con il fiato sospeso: l’attacco dimostrativo – e suicida – alla Città imperiale a Pechino, proprio sotto il grande ritratto del fondatore della “nuova” Cina, il Presidente Mao Ze Dong.

Il Suv che ha frantumato l’accesso al luogo simbolo della seconda potenza mondiale, andando poi bruciato, uccidendo cinque persone (tre del “commando” all’interno  del veicolo e due sfortunati turisti) e ferendone altre trentotto, ha prodotto uno choc e confermato che – comunque – il Paese rimane esposto a rischi che il congelamento della dialettica politica non po’ evitare.

La prima tesi sull’episodio (definitivamente connotato come attacco suicida) verteva sul “nazionalismo” tibetano, successivamente le indagini ufficiali si focalizzavano su estremisti islamici del Xinjiang (ovvero l’estrema periferia continentale ed occidentale del Paese): in ogni caso un episodio che non concerne direttamente l’atrofia politica della Cina.

Eppure la simbologia, proprio nel luogo dove il vincitore Mao sfilò il 1 ottobre 1949 a bordo di una jeep prendendo possesso  del Paese dopo trentennali vicissitudini (dalla “Lunga Marcia alla guerra anti-giapponese),  è assai rivelatrice:  Infatti il continuo rinvio della democratizzazione del Paese (un rinvio che ha contrappuntato l’intera trasformazione e l’enorme crescita economica del Paese)  non riesce a nascondere la “normalità” (sia pure perversa)   da cui neppure la Cina può ritenersi immune.

Lo “stop” sanguinoso del 1989  (con il massacro di studenti ed operai che reclamavano diritti e pluralismo politico) è avvenuto proprio nella Piazza Tien An Men (a dieci anni dall’avvio denghiano della liberalizzazione economica) non ha infatti chiuso un processo che dall’economia (la “struttura” in termini marxisti/marxiani) non può – sia pure a lungo termine – non trascolorarsi nella politica e nei diritti.  Ora le indagini (alla maniera “riservata” cinese) difficilmente andranno oltre il metodo seguito nella “liquidazione” dell’eversore (conservatore) Bo Xilai, testè esemplarmente condannato all’ergastolo.   Ciò non chiuderà la storica partita che investe più di un quarto dell’umanità e in cui si gioca ben altro che le vicende di pargole “liftate” ed appassionate di ballerini e calciatori.

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