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20/09/2013

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Rieccolo.  Ma non il mini-incubo nazionale SB, imbozzolatosi nel mausoleo autocelebrativo  al centro di Roma della nuova sede della “nuova” Forza Italia (nel palazzo già ufficio di Giulio Andreotti che da lì, una volta terminato il rito della rasatura con il proprio anziano barbiere, emanava i rescritti a favore dei suoi elettori, ciociari e non), bensì il solito Papa Francesco.

E la sua sortita – sotto forma di intervista al periodico dei Gesuiti “Civiltà Cattolica” – approfondisce – più che consolidare – un messaggio ormai incontrovertibile di apertura e rinnovamento.   Basta con gli editti sui preservativi, l’anatema ai divorziati,  il bando (solo pro-forma…) degli omosessuali.    La Chiesa di Bergoglio è un “ospedale da campo” (metafora sua) dove si pratica chirurgia d’urgenza e si salvano vite.   Spezzate prima, reiette poi.   L’imperativo è l’accoglienza, non il bando.   In questa scelta per il “nocciolo duro” della carità messa al centro dell’azione pastorale si potrebbe infine immaginare la transizione ad una chiesa che non rifiuti sepoltura in terra consacrata ai suicidi.  Oppure che istruiscano i parroci a pretendere meno gabelle per il solo fatto di celebrare un funerale “extra-moenia”.  Oppure che “Don Bancomat” (vedasi cronache di qualche mese fa) venga cristianamente preso “a calci in culo”.  Ed infine che si metta la mordacchia ai persecutori (cristiani) della Englaro (che – a detta di Berlusconi – poteva ancora “figliare”).    Detto tra parentesi e senza peli sulla lingua, esattamente come lui poteva “amare” tutte le “bambine!” delle cene eleganti, nel numero – minimo e dichiarato – di otto (8).     Suscitando ovviamente la rinnovata ammirazione dei suoi seguaci maschi.   Spazzatura che proprio oggi il suo ex maggiordomo (in memoria dei “servi” irriverenti di Jonathan Swift) rinverdisce con il divertente ricordo dello svuotamento delle regali tasche dalle dozzine di biglietti con numeri di telefono delle “volontarie” per il “frago” (come disse la moglie Veronica nella sua pubblica accusa).

Ma torniamo a Francesco e rimettiamo il “mini-incubo” tra le parentesi che merita.    Il fatto è che le confessioni al giornale di famiglia (Gesuita) sono ancora una volta prova che la “missione in corso” ha un alto grado di autenticità (e perciò piace anche ai più scettici): a Bergoglio piace Manzoni (ok: a noi non piaceva perché i tempi promettevano – invano – di meglio e, naturalmente, perché imposto e mal spiegato), e Fellini e soprattutto il capolavoro “La Strada” strapieno di umanità.  Sente Mozart (sarà Massone? O ama il sublime?) e via così. Ma soprattutto mette i piedi al posto dei piedi e la testa al posto della testa: così la Curia romana diventa – correttamente – una “struttura di servizio” e non il centro del potere.

In verità l’intervista (più estesa e meditata) raccoglie e struttura le singole precedenti sortite; ad esempio quella contro le “lobby” (queste e non il singolo omosessuale – o massone – sono i nemici).   Poi spiega come il “decisionismo” (di cui si dichiara colpevole in gioventù) è antitetico ai buoni risultati della ponderazione e dell’ascolto.    E aggiunga chi vuole un raffronto con la realtà italiana d’oggi.

Breve, ancora una volta questo Papa – che fa il Papa – si colloca al cento della scena ed offre continui spunti di “buona volontà”: e lo fa meglio per queste vie laterali, rispetto a quando si lascia benevolmente “coinvolgere” in dialoghi “alti” ed elitari sul “cammino comune” tra verità rivelata (come si dice…) e senili ansie di morale laica ed illuminista.  Peraltro esibite, più che vissute.

Infine, speriamo continui perché ce ne è molto bisogno.  Soprattutto (ma non solo) dalle parti della sua nuova casa al “centro del mondo”.

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