Flash

18/09/2013

Flash

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Ogni giorno una puntata.  A quasi vent’anni dalla messa in onda del “Posto al sole” (che fece gridare il Wall Street Journal al boom della fiction “all’italiana” ancorchè “vitaminizzata” dai “tv makers”  Australiani, così come la Concordia – buttata giù dall’italianissimo Schettino – è stata tirata su da un Sud-Africano bianco), la creatività nazionale non si smentisce.

E così – mentre il climax dell’attesa per il “proclama di Arcore” si tende a corda di violino – la puntata di ieri del feuilletton “Berlusconi. La caduta” ha visto il colpo di scena dei 500 milioni (di Euro) che la Fininvest dovrà definitivanente risarcire alla CIR di Carlo De Benedetti, in conseguenza delle sentenze penali che hanno provato come la “spartizione” della Mondadori non fosse l’esito di una “normale” trattativa commerciale quanto piuttosto il portato di una sentenza acquisita tramite corruzione (450 milioni di lire) versati dal sodale di Berlusconi – Cesare Previti , già in predicato per divenire Ministro della Giustizia nel primo Gabinetto del medesimo Silvio Berlusconi – al tal giudice Metta.

Del resto, così come l’ottimo Dell’Utri costituiva il braccio destro del Nostro (trasformò una rete di raccolta pubblicitaria Publitalia in un “Partito” politico dal nome evocativo “Forza Italia” e “conquistò in un battibaleno la Sicilia…), Previti ne era il “sinistro”.  Perfino la “reggia” di Arcore (ed i terreni circostanti presto lottizzati) furono l’esito della sua “inventiva”: fattosi nominare tutore della marchesina minorenne Casati Stampa alla tragica morte – omicidio/suicidio del genitore – provvide a trasferire per qualche spicciolo il “gioiello” dell’eredità al suo compare.      Al riguardo sorge il dubbio (ben inserito nella “telenovela”) che nella magione – già sede – di “eleganti” e priapiche serate continuino ad aleggiare spiriti non proprio benevoli.    Ma questo dubbio sarà sciolto nella prossima “stagione”.

Tornando “a bomba” e facendosi largo tra gli “starnazzamenti” della Principessa ereditaria Marina ed i “sobri commenti” dell’Ing. De Benedetti, mette conto sintetizzare con i dati provati una vicenda, la “guerra di Segrate” (dall’ubicazione presso Milano della sede Mondadori progettata dal grande Niemeyer, autore anche della sede parigina del Partito Comunista), che si svolse con una qualche discrezione all’ombra della tempesta (“in un bicchier d’acqua”) di Mani pulite.   Insomma, mentre i “grandi giocatori” liquidavano la Prima Repubblica per inaugurarne una assai peggiore (forse, diciamo forse, ignari del loro ruolo di “apprendisti stregoni”) due rampanti uomini d’affari si affrontarono intorno al cospicuo lascito del grande Arnoldo Mondadori: il primo – Silvio – era solo un palazzinaro con il “pallino” (assecondato dal suo mentore Craxi) delle tv di serie B, l’altro – Carlo – un finanziere cosmopolita democratico ma di fatto attento al suo patrimonio al punto da scivolare indenne dai contatti con il povero Roberto Calvi (sì, il banchiere “cattolico” trovato impiccato al Ponte dei “Frati neri” a Londra) ma anche dalla tuttora incomprensibile liquidazione di una delle più gloriose ed innovative aziende italiane – e cioè l’Olivetti – insomma i due contendenti riecheggiavano sfide ben note in letteratura.        La guerra fu dura ed “indisturbata” dalla politica in tutt’altre faccende affaccendata (chi non ricorda – avendolo visto nelle riprese televisive – il rivolo di saliva nella tremebonda bocca del già glorioso ed imperturbabile democristiano Arnaldo Forlani martellato dall’impietoso testoterone di un giovane Di Pietro…) e – ovviamente – non risparmiò colpi, incluso evidentemente il “volet” giudici – e avvocati – “amici”.    L’armistizio lasciò a De Benedetti il gruppo “Espresso-Repubblica”: meno importante economicamente, ma prezioso per portare avanti il già ventennale esercizio di potere incarnato (o “rappresentato”) da Eugenio Scalfari e, soprattutto, assicurare a De Benedetti medesimo una “copertura” meno “descamisada” – e soprattutto di lungo periodo – di quella “avanguardista” di Berlusconi.  Detto in altri termini un “doppio petto” ed un “parvenu”.    In tempi più recenti, mentre De benedetti assumeva con la tessera “numero 1” il ruolo di “padre nobile” del Partito democratico (con lo scambio di “ruoli” a cui si assiste ogni volta che una “linea” o un “Carneade” vengono “lanciati” per ricucire il vuoto pneumatico in cui si auto-parassita il PD) il “duetto” sembrava riavvicinarsi in operazioni finanziario-industriali peraltro mai veramente sviluppatesi.

Oggi la “Guerra di Segrate” vinta vent’anni fa in un “blitz” dal giovane Berlusconi/Dayan (senza benda, ma con bandana) si chiude definitivamente con un “Camp David” unilaterale ma inequivocabile vinto dal (saggio) De Benedetti.     Sullo schermo scorrono i “Blob” contrapposti intitolati “scippo”, “esproprio proletario”.  Beato chi ci crede.

Infine due piccole note a margine.  La prima sulla “saga” Berlusconi. Commento colto al volo in un crocchio di venditori e compratori al mercato rionale di Roma: “.. se cade Lui, cadiamo tutti”.  Chi? Non certo il giovane Letta, dunque il “Supremo”.   Analisi: molti si comportano come un secolo fa gli spettatori dei primi film che gridavano “attento!!!” quando l’attore protagonista veniva aggredito “a tradimento”.   Allora meglio il saggio Avvocato Agnelli che – all’esordio – del Cavaliere sentenziava: “…se vince, vinciamo tutti. Se perde, perde solo lui”.  Ed infatti là dove ha vinto (spogliare il Paese, frantumare sindacati e coscienza “di classe”, addormentare le coscienze, intontire definitivamente il bolso post-comunismo) ne hanno goduto tutti. Loro.     Dove ha perso (portafogli incluso), è rimasto solo.

Seconda nota.  Il raddrizzamento della “Concordia” ha comportato il consueto rovesciamento all’italiana della logica: in una totale assenza di sobrietà e pudore verso le vittime pareva che il naufragio fosse stato un’astuzia preliminare all’ “exploit”  del recupero: cancellati i 32 morti per un’insulsa bravata di un inetto sbruffone (ed inetti quelli che ce l’avevano messo), cancellato anche il fatto che “italiano” è l’affondamento, “straniero” il recupero.  Il tutto con una invereconda ciliegina: il capo della Protezione civile (un prefetto…., già vice di un medico democristiano ed assetato di potere e non solo) ha osato affermare pubblicamente che “così si cancellano le infamità…”.  Ma di che parla, delle “sconocchiate” sessuali a spese nostre del suo capo, oppure dell’ “epopea” dell’Aquila, oppure dei rapporti  con il più alto funzionario dei Lavori pubblici impegnato tra malaffare e nerboruti coristi vaticani?

Appunto infamità, ed idiozie: ossigeno quotidiano.

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