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05/09/2013

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armageddon

Ora che il Papa si è messo a fare il Papa, è difficile provare nostalgia per il suo immediato predecessore che – di fatto- chiuse il proprio pontificato annunciandoci che (forse) la presenza del bue e dell’asinello intorno alla culla di fortuna di Betlemme era infondata.

L’impatto del lucido appello di Papa Francesco contro l’intervento militare in Siria in nome di principi umanitari pure condivisi dalla comunità internazionale sarà misurabile nei prossimi giorni e, ancor più, nelle prossime settimane, ma – di fatto – già segna una decisa inversione di tendenza rispetto all’epoca in cui le ingerenze vaticane nella politica (soprattutto italiana) si misuravano a colpi di esenzioni dall’ICI, di copertura dello scandalo dei preti pedofili, di allettamenti (in senso proprio) dei corruttori pubblici nazionali con nerboruti coristi e – ciliegina finale – di “ritorno ai sacramenti” – di quel certificato peccatore di Silvio Berlusconi.

Del resto non riguarda noi l’interrogativo sul carattere “strumentale” delle nuove posizioni vaticane, ma riguarda noi l’aria fresca che spira dal Colonnato di San Pietro.    E la veglia del prossimo sabato (non solo della Chiesa romana ma di fatto aperta agli “uomini di buona volontà”, categoria negletta e ridicolizzata nell’ultimo ventennio…) apre la strada ad una riflessione collettiva che gli Stati nazionali (e tanto più quelli “imperiali” e a vocazione globalista )  non hanno alcuna intenzione di compiere.

Facile dunque consentire ancora una volta con Papa Bergoglio e constatare – per quanto attiene l’Italia – come la grigia e puteolente palude nazionale contrasti con quell’“aria fresca” che riporta gli umani (e non lo “sterco del demonio”) al centro degli eventi.    E’ facile anche constatare l’insanabile contraddizione con il dibattito in corso sul “destino” (politico ma anche personale) dell’ultimo “mohicano” di una fase che – ancorchè non formalmente chiusa – viene spinta di giorno in giorno ai margini, per essere poi relegata in una epoca “orribile” della vita nazionale.

Il punto giuridico è cristallino: decada il Senatore dal laticlavio e – se vuole – continui pure a fare “politica” con gli immensi mezzi (distorsivi di ogni decente democrazia) di cui dispone.  Lo seguano – se vogliono – i suoi ascari e dipendenti con il volenteroso supporto di squallidi personaggi dell’“altra parte” che mai hanno tuonato contro l’indecente stato della “giustizia” italiana, da tempo ridotta ad una “discarica umana” di cui le grandi pagine di Michel Foucault sulle istituzioni concentrazionarie dello Stato moderno rendono – al paragone – solo pallide analogie.    Ed una spiegazione di fondo.

Quanto al “nostro” (e adesso “pover’uomo”?) si è dimenticato tutto della sua storia e di quella nostra collettiva in un disgraziato ventennio “perduto”: entrato in politica dopo aver tentato di costruire un “ersatz” del suo protettore politico Craxi (statista divorato dall’egotismo ed infine dalle “termiti” comuniste) nel fragile Mariotto Segni e poi decisosi a “giocare in proprio” a colpi di “cazzate! (“L’Italia è il Paese che amo”) proprio quando la sua posizione debitoria stava condannando le aziende costruite non si sa a partire da che.    Poi una strada in discesa, senza antagonisti ma soltanto complici o avversari di comodo: tutte le leggi (i “lodi” Schifani, Alfano) tutti i provvedimenti a favore del suo arricchimento personale.   Suoi i capricci regali: se non un cavallo come Caligola, nomine pubbiche per le sue favorite, per i suoi legulei eccetera eccetera.  Al popolo – oggetto del suo “amore” – “soma” televisivo, e calcio, molto calcio: in sostanza un replay miserabile e di “provincia” del “e la barca va” teorizzato da Craxi.

Questo è il “cittadino” di cui oggi si reclama una “protezione” speciale.  Diritti per un pluricondannato nel Paese che incarcerò senza motivo alcuno un uomo solo colpevole della propria notorietà quale Enzo Tortora e le decine di Dreyfuss e poveri Cristi stritolati da un sistema a cui – per primi – dovrebbero ribellarsi i magistrati stessi.     E, naturalmente senza contare la ridicola, penosa, immagine dell’Italia in campo internazionale tra corna, scherzi da osteria, baldorie e bagordi che incarnavano i sogni del peggio nazionale.

Ebbene mentre tutto ciò precipiterà la prossima settimana in un asettico e tecnico dibattito, il Paese resta fuori dalla ripresa, non inizia la convalescenza e neppure la presa d’atto della realtà (ci vorranno decenni) e continuano – al di là del forbito trionfalismo democristiano di Letta il giovane– i segnali dispersivi e di assenza di un consenso ed una direzione nazionale.   La partenza per le coste libanesi di una nave da guerra italiana (l’“Andrea Doria”) non è un fatto “tecnico”, bensì una decisione politica e – come tale – avrebbe dovuto essere discussa in Parlamento ed approvata dall’opinione pubblica.   Non è stato così: gli Stati maggiori – né più né meno di chiunque detenga in Italia un qualche potere – decidono da sé.

Lo ha insegnato l’”unto del Signore” nell’incredibilmente lungo periodo (a paragone di Napoleone, Mussolini, e così via) del suo incontrastato regno.    Forse solo il sanguinario Mugabe in Zimbabwe batte il nostro in durata: ne godano i suoi supporter e gli Italiani tutti.

 

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