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20/08/2013

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egitto

… dalle Alpi alle Piramidi…. Così due secoli fa l’ode del grande scrittore italiano Alessandro Manzoni celebrava nel suo “Il Cinque Maggio”  (del 1821) la morte – e la vita – di Napoleone  racchiusa in una sintesi quale “La procellosa e trepida gioia di un gran disegno”: appunto “un gran disegno” e qui poco conta l’analisi storica, la temperie (e la datazione) culturale e neppure l’assai ambiguo lascito quanto piuttosto che di “gran disegno” si trattasse e che in esso fosse iscritto un progetto tarato sulla globalizzazione, meglio su quella negli ultimi decenni si è sintetizzata nella nozione di interdipendenza globale.

Che la spedizione in Egitto si iscrivesse nella contesa con l’Inghilterra (allora dominus di quell’India che era la meta originaria della “campagna”) o anticipasse quella con il colonialismo delle Potenze continentali europee poco importa: ciò che pesa ancor oggi è l’intuizione di un mondo tutto intrinsecamente collegato.   Vero allora, vero oggi quando le realizzate “pretese” imperiali hanno già segnato quasi l’intero secolo passato e solo ora vacillano vistosamente.     Di più, non si limita a reminiscenza storica  la prossimità dell’Egitto e la tragedia che vi si svolge in questi giorni, ma questa va compresa a livello globale e –volendo – offre spunti perfino per la pantomima italiana.

Insomma di tutto si tratta meno che di un “incidente di percorso” a livello regionale, ancorchè preceduto da una serie di altri eventi geograficamente circoscritti che vanno dalle due Guerre del Golfo fino alle “crisi” tunisina, libica, siriana per non parlare del purulento nodo israelo-palestinese.     Anzi proprio quest’ultimo con l’ennesima riproposizione negoziale affidata – udite, udite – al buon volere del Primo Ministro israeliano e alle volenterose attitudini diplomatiche del Segretario di Stato Kerry già conferma di avere ben poche prospettive positive.   Ed infatti la “malattia” non è circoscritta, bensì globale: e, dunque, va affrontata (ammesso che ciò sia possibile) con un approccio che tenga conto delle condizioni generali del malato e non delle singole patologie.

Questa era stata la grande – ma fragilissima e declaratoria – intuizione del “primo Obama” – quello per intenderci  che il 24 giugno 2009 aveva pronunciato al Cairo all’Università Al Azhar un discorso che andava bene al di là di una riconciliazione con il mondo islamico e postulava invece una possibile cooperazione (l’“inclusione”) globale.    Benchè palesemente all’altezza dei problemi, la piattaforma non conteneva indicazioni operative e – via via – viceversa avvizziva nell’attuale imbarazzo e grigiore.   D’altronde come avrebbe potuto essere diversamente all’indomani (per gli Stati Uniti) della grande crisi economica e nel ritorno – ancorchè silenzioso ma in grande stile – dello strumento militare.   Droni e pervasivi controlli elettronici ed informatici hanno surclassato qualunque prospettiva di ribaltare l’era di Bush  con un sincero rilancio di tutti gli strumenti di cooperazione e concertazione multilaterale.  Compresa ovviamente una realistica proposta di democrazia interna e regionale.

I fatti del Cairo hanno (da un punto di vista “esterno”) soltanto suggellato la fine di un’illusione (e forse anche auto-illusione) di una ricomposizione irenica senza né costi, né tanto meno iniziative concrete e credibili.    E ciò ha aperto la via ad un drammatico “ritorno al passato”: e che questo sia senza sbocchi ed incompatibile con l’“inclusione globale”, in fondo poco importa rispetto ai limiti temporali di una Presidenza comunque avviata alla conclusione.  Probabilmente assai triste.

Da noi in Italia (a parte l’inevitabile folklore italo-planetario del disappunto per i bagni e le immersioni mancate) lo spettacolo di insipienza è agghiacciante, soprattutto se lo si mette a raffronto con l’estrema miseria e concitazione del dibattito interno focalizzato sia sulla sopravvivenza “assistita” dell’ex Premier Berlusconi, sia sull’ostinato rifiuto del Partito democratico di misurarsi con i problemi del Paese e perfino con l’urgenza del ripristino di condizioni democratiche minime (riforma  elettorale in senso elettivo e non più Parlamento dei nominati).

Per il primo punto non si può che sperare che Berlusconi accetti l’evidenza della “spina staccatagli” dopo due decenni di “delega”, mentre sul secondo  i segnali sono pessimi grazie anche al prevedibile “soccorso” prestato dagli scampati alla “rottamazione” ma non alla subalternità al “signore di Arcore”.  Vedremo a settembre.

Infine.  Sorprende che l’Italia – pur avendo un Ministro degli Esteri che ha trascorso anni e anni al Cairo a “studiare” – manchi non tanto di iniziative (al solito), ma perfino di adeguata comprensione offerta alla riflessione nazionale (bagni nel Mar Rosso a parte…).

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