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02/08/2013

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Ieri l’Italia si è esibita ancora una volta in una specialità nazionale: la rimozione del “Capo” che in un ventennio ha portato il Paese al disastro (e sé medesimo all’edificazione di una fortuna personale senza precedenti: Italia povera, Berlusconi ricco)    Ed il futuro “capro espiatorio” si è a sua volta esibito nella  piagnucolante autodifesa di sé medesimo e delle sue (apparenti) “ragioni”.  Il precedente c’è ed è noto a tutti.  Con una vistosa differenza (forse riflesso di un Paese ormai diverso…) e cioè che Mussolini non collocava al vertice delle sue aspirazioni la ricchezza personale (ed i privilegi, spesso illeciti, che ne derivano) bensì il perseguimento – attraverso il potere personale – di un’idea “storica” –ma irrazionale ed individualista, cioè “fascista” – di rinnovamento nazionale.     Dunque le analogie, più che riguardare i “capi”, derivano dal carattere nazionale e dalle sue evidenti fragilità.

Questa analogia non vuole essere espediente cinematografico, bensì serve ad introdurre – da subito – il discorso su pericoli e potenzialità del post-Berlusconismo: ciò per evitare che un’ennesima “occasione” venga nullificata dal – non difficile – addossamento di tutte le responsabilità a quel singolo personaggio da operetta brianzola: un “cumenda” simpatico e ribaldo, dal gran cuore e dai grandi appetiti.   La crisi italiana ha ben altri protagonisti – ad esempio persone, congreghe ed istituzioni pre-moderne e ferocemente classiste – ed in fondo il Caimano ne è stato la marionetta o, al più, l’attore principale come ebbe a dichiarare francamente il ben noto Licio Gelli. Soddisfatto della piega degli avvenimenti presa dopo la “grande paura” degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Quanto ai fatti dell’oggi una sentenza (per una volta “cristallina”, altro che vile e cazzona come la definisce l’“ardito” voltagabbana Giuliano Ferrara) della Cassazione statuisce le responsabilità penali del “meno male che Silvio c’è” e, dunque, imposta un ferreo calendario della sua estromissione dalla scena nazionale.  Insomma non la galera (che pure meriterebbe per l’insieme dei “misfatti”) ma l’uscita di scena e la messa al bando “civile”: via il passaporto, via il seggio senatoriale (altro che “senatore a vita” o Presidente della Repubblica…) ed in forse il “futuro” imprenditoriale.

Come accade in questi “trapassi”, la situazione si chiarisce poco a poco: questo è il tempo dei Badoglietti, degli irriducibili, degli opportunisti e degli interessati “perdonisti”.

Quanto a Berlusconi medesimo (di cui si fantastica una successione “patrimoniale” alla figlia prediletta Marina, la “Galatea” a seno nudo della Costa Azzurra, nonché “imprenditrice” di ferro in aziende strappate dal padre a colpi di sentenze certificatamente prezzolate) mentre è in attesa di “scontare” la pena nel “buen retiro” di Arcore – acquisito decenni fa per un tozzo di pane dalla orfanella marchesina Casati Stampa che alle sventure familiari aggiunse quella di avere come tutore legale l’ottimo avvocato Previti… –   ha lanciato un primo proclama in cui sancisce da solo la propria fine politica.   Attonito farfugliava a botta calda di “minacce comuniste” sventate da un certo signor Berlusconi e di magistrature “incontrollabili” (e ci mancherebbe altro!), nonché di resistenza (dove? Nel mussoliniano ridotto della Valtellina, in Kenia da Briatore? A casa di Sallusti e della Santanchè che avrebbe almeno i rubinetti d’oro…).

Una prima questione rimane aperta e va subito accennata.   Cosa ha spinto la Cassazione (che si immaginava a rischio di un qualche replay d’atmosfera della “pièce” di Betti “Corruzione a Palazzo di Giustizia” o – quanto meno – di nuovi casi Squillante)  ad un rigore trasparente?   In altri termini chi ha deciso che la misura era colma e che la “spina” andava staccata?  La tesi berlusconiana dell’ “accerchiamento” giudiziario (peraltro provocato vuoi dai suoi “eccessi”, vuoi dalla sua aggressiva campagna per ridimensionare il potere giudiziario) non regge a nessun esame obiettivo.  Il punto non è la quantità dello zelo esplicato da questo o quel magistrato (o gruppi di magistrati), quanto se l’accusato abbia responsabilità penali.      E le responsabilità penali non si cancellano né con i voti (neanche milioni di voti), né con prezzolate e/o ottuse ovazioni.

Quanto poi alla “pervasività” del potere giudiziario si rimanda all’irreprensibile studio della statunitense Saskia Sassen che – ad esempio in “Territory, Authority, Rights” – spiega come in tutte le democrazie la crisi dei meccanismi della rappresentatività (si pensi allo sclerotico e periferico ruolo del nostro Parlamento di “nominati”) provoca un “riempimento del vuoto” da parte del “terzo” potere costituzionale.     E’ lo stesso meccanismo per cui le norme internazionali surrogano i vuoti interni.  O le rotture dei poteri cosiddetti nazionali (ormai tanto arroganti quanto autoreferenti).

La battaglia querula del signor Berlusconi contro Montesquieu non merita evidentemente altri commenti e, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la purulente piaga italiana di un “sistema” giudiziario (e carcerario) pressochè medievale.  E che certo . pur avendo fatto male a molti cittadini (colpevoli e non) e perfino alla dignità del nostro Paese – ha usato guanti bianchi con il Creso italiano.

Da ultimo, un paio di note preliminari sui comprimari della messa in scena che è appena cominciata, non certo finita e, naturalmente, sulle prospettive che comunque si aprono.  Le uniche reazioni forti sono venute da Grillo (Di Pietro manco a parlarne) che ha paragonato la sentenza della Cassazione all’abbattimento del Muro di Berlino.  Può darsi, ma dove sono le masse festanti?     Anche rigida (anzi “impettita”) la fulminea dichiarazione del grigio segretario PD Epifani ovviamente arroccato in un legittimismo legale peraltro del tutto nuovo. Quest’ultimo sembrava anzi impersonare un coraggio di maniera di chi non può non aver capito che la stampella fin qui usata (ed abusata) si era definitivamente sgretolata.   Da domani, anzi da oggi, si porrà infatti il problema di definire un’agenda di sostanza per il Paese e di ottenere il necessario consenso.     Come faranno di fronte allo “svaporamento” di un bipolarismo immaginario?   Anche qui si chiude un ventennio: quello dell’inerzia e del vuoto di proposte altre rispetto al mantra dell’“alternanza”.

Ci vorrà molto caffè per sortire dal letargo solipsistico, qualche autocritica e la ricerca di un contratto sociale di contenuti e non – come si è fatto per un ventennio – di slogan acquisiti sul mercato (secondario) della pubblicità.    Per tutti il presente e l’immediato futuro sarà il tempo dell’autocoscienza.

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