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04/07/2013

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Dal Cairo a Istanbul il mondo cambia. E l’Italia?

Ancora due piazze fuori dell’Europa dominano nelle ultime ore la scena internazionale: Piazza Tahir al Cairo e Piazza Taksim ad Istanbul:   Ed intanto – piano piano – viene emergendo una linea anche per la sempre più periferica Italia e non è una bella linea, anzi è perfino difficile definirla una proposta per il futuro, intrisa – come è – di un torbido passato e di una praticamente nulla partecipazione di massa.   Anche di quelle giovani generazioni da tempo connotate come le vittime sacrificali della crisi “made in Italy”.  Peggio: se una volta si diceva “è il nuovo che avanza”, ora “è il vecchio che torna”.   E – a questo punto – è lecito domandarsi se quella che viene formandosi (e che cercheremo di tracciare) è la nostra risposta per la ridislocazione planetaria delle risorse e delle opportunità imposta dalla globalizzazione e, anche, se questo è il progetto a breve di fuoriuscita dalla crisi.

Cominciamo dunque dal Cairo e vediamo se e come la storia ci riguardi.  E non solo e non tanto per stantie considerazioni geopolitiche sulla contiguità strategica e le interdipendenze economiche quanto per le onde culturali che muove.   L’intervento dei militari nella deposizione del Presidente Morsi la cui deriva autoritaria aveva da tempo compromesso la legittimazione ottenuta dai Fratelli musulmani nelle urne, la costituzione di un Gabinetto di “transizione” affidato alla Presidenza del giudice costiuzionale Adly Mansur: il tutto nel mezzo di una grande partecipazione popolare.    Non nuovo è il ruolo dell’esercito (qualcuno ricorda Nasser? E l’Egitto post-coloniale?). Nuovo è il parametro di riferimento che, se da una parte reintroduce il ruolo della “forza”, dall’altra si colloca in un contesto politico culturale caratterizzato sia dalla partecipazione popolare (e giovanile), che da nuovi parametri di riferimento socio-culturali positivamente globalizzati.  Non a caso un punto qualificante del “colpo” è l’ “inclusione” come sbocco positivo del dinamismo economico assai vivace nel giovane Egitto.

A Istanbul, l’apparente vittoria di Erdogan su di una piazza che (ohibò) beve birra e si bacia in pubblico (ancora ohibò) si è incagliata sulla sentenza della magistratura che boccia il progetto di cementificazione speculativa di Piazza Taksim.  Anche qui il messaggio è chiaro: a breve vince chi detiene il potere ma da subito lo vede ridimensionato e, soprattutto, con un assai incerto futuro racchiuso – come è – in un universo culturale di segno completamente diverso.

Nell’uno e nell’altro caso (come peraltro in Brasile) è incontestabile l’emergenza di istanze e forze di cambiamento.   I “molti” fanno sentire la propria voce e gli “establishment” vedono incrinarsi la loro capacità di controllo sociale.  Al tempo stesso i soggetti in campo si moltiplicano e riempiono spazi e domande inevasi dalla crisi delle democrazie rappresentative e degli schemi ideologici: il tutto a condizione e nel contesto di una grande vitalità sociale.

Ed è proprio questa che sembra uccisa da noi.   Ed è questa la responsabilità “storica” (o – visto dalla parte delle oligarchie – il “merito”) del ventennio berlusconiano e dell’ossificazione dell’alternativa democratica.   Così, mentre la società planetaria, cerca (magari confusamente…) di trasformarsi, adattarsi e in qualche modo progredire, in Italia è in corso un “indietro tutta” che cade in una società e in un apparato statuale  mai veramente approdati alla modernità (nonostante gli artigianali ed autoritari tentativi mussoliniani – sic – ed il primo trentennio “illuminista” della Repubblica) ed ormai naufragati in un abulico ed agnostico grigiore post-moderno.

L’ultimo episodio, purtroppo interinato da una decisione del Consiglio supremo di difesa presieduto dal Presidente della Repubblica, è quello di vanificare preventivamente il potere costituzionale di indirizzo del Parlamento sugli orientamenti generali della spesa militare ed in particolare l’acquisto di quasi cento caccia d’attacco (gli F35).    Secondo questo rivitalizzato “Cabinet du Roi” (memoria della Versailles prerivoluzionaria) di timbro pre-costituzionale, la materia spetterebbe al Governo e – di fatto – alla concertazione con il Capo dello Stato: manco fossimo in guerra…

Nel frattempo viene designato a guidare Finmeccanica (cioè il gigante militare industriale pubblico) non già un industriale o un “tecnico” bensì l’ex Capo della Polizia De Gennaro (tale era all’epoca dei fatti di Genova…)  e poi da sempre responsabile amministrativo e/o politico dei servizi di sicurezza.    Al di là delle capacità e professionalità del personaggio, vale per lui lo stesso ragionamento da fare  per la questione F35 (su cui peraltro si “dimentica” a pié pari il tentativo di Eurofighter, simmetrico alla nostra autoesclusione dal consorzio Airbus scopo perpetuare nostra dipendenza dai fornitori statunitensi) e cioè che l’indicazione tassativa “perinde ac cadaver” implica una castrazione di ogni possibile decisione alternativa.

Se poi si tiene conto che la pronuncia del Consiglio di Difesa è solo l’ultimo episodio di un cortocircuito rispetto ai pur anchilosati meccanismi di garanzia costituzionale (Parlamento in primo luogo e sia pure eletto a colpi di “porcellum”), ogni preoccupazione appare legittima. In primo luogo questa: siamo sicuri che la volontà popolare desideri trasformare l’Italia in un ridotto militare-industriale per il mantenimento dell’intera flotta aerea d’attacco occidentale?  E servirà questo a rilanciare la vocazione manufatturiera del Paese?  E si concilia questo approccio programmaticamente “militarista” con il più ampio dettato costituzionale e con le pacifiche e cooperative vocazioni del Paese?   Un Paese – oltretutto – più turistico e magari culturale, piuttosto che “bellico”.     Non dimentichiamo infine che già esiste una Prussia del Mediterraneo e la competizione potrebbe essere ardua per un Paese che – retorica a parte – non ha mai – dicasi mai dopo l’antica Roma – brillato nel “campo di Marte”.

Infine la montagna di risorse economiche da impegnare farà ridurre il numero dei suicidi e/o delle sofferenze cumulate nell’ultimo quinquennio ed occultate nel ventennio precedente?

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