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18/06/2013

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tripolibelsuolcut

“Tripoli bel suol d’amore”: a cento anni data da quando l’ “astuto” Giolitti tentava di sanare la “ferita” causata dall’annessione francese della Tunisia (la vera “quarta sponda” italiana), spolpando un pezzo marginale dell’Impero ottomano quale era all’epoca lo “scatolone di sabbia” libico, al Governo italiano viene restituito con il placet ed anzi un invito formale  dell’Amministrazione Obama un ruolo “speciale” nella pacificazione e ricostruzione di quel disastrato Paese.

Per una sorta di paradosso storico la politica estera italiana si vede attribuito un ruolo (oggi completamente ed ovviamente diverso) in quel vicino Oriente –o meglio nel “Mare Nostrum” oggi ferito a morte dagli “uomini-tonni” vittime dell’”apartheid” globale che affoga i rifugiati.  Una restituzione certo non particolarmente meritata considerato lo storico appiattimento di tutta la politica italiana con il sanguinario pagliaccio Gheddafi (quello a cui Berlusconi baciava la mano…), ma – d’altro canto – un rinnovato impulso ad un ruolo meno velleitario, ma certamente utile alla sicurezza globale.

L’“intesa” libica tra Letta ed Obama si apre oggi ad una duplice prospettiva: una pateticamente simile al velleitario passato remoto (solo senza ceffi come quel Maresciallo Graziani al quale ancor oggi si   tenta da parte dei neo-fascisti italiani di edificare memoriali ciociari), l’altra che  - con una più ampia irradiazione d’area – recuperi i valori ed i metodi dialogici (con l’Islam, con lo sviluppo cooperativo)  di ben altre fasi della politica estera repubblicana (esempio, Aldo Moro): naturalmente questa opzione richiede un minimo di riduzione della sudditanza della politica estera italiana a quella di Israele, che – naturalmente – ha una agenda del tutto diversa e del tutto auto-centrata.

In breve viene crescendo (ed ancor più crescerà con l’odierna assunzione del “comando militare” in Afganistan da parte del Governo Karzai) uno spazio necessitato di ruolo internazionale per il nostro Paese.  Un ruolo sempre meno “servile” e sempre più bisognoso di quel dibattito che in Italia langue da alcuni decenni.     Il tempo dell’obbedienza “perinde ac cadaver”  con Washington (quale che sia l’Amministrazione in carica) in cambio di un “benign neglect” nei confronti dei nostri – spesso squallidi – affari interni è da tempo finito: ora occorre che se ne accorgano le forze politiche nazionali e ne traggano le debite conseguenze.

E’ dubbio che vi riescano o, almeno, si avviino in quella direzione: certo più esigente dal macabro ticchettare dell’orologio dei caduti nel remoto teatro afgano.      Dovrebbe imporlo un’opinione pubblica più avvertita dei mille collegamenti tra la politica estera e quella interna, più consapevole che, non di “scelta di campo” si tratta, bensì della paziente e sinergica costruzione dei parametri e dei flussi di interdipendenza già trasformatisi in globalizzazione: a questi non può più essere opposta né la retorica nazionale, né il diaframma amici/nemici.

 

 

 

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