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13/06/2013

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Solo un paio di giorni fa cadeva un altro militare italiano in Afganistan: il 53esimo della “missione di pace”.   Che ora nessuno nega più sia – quanto meno – una “micro-guerra” tanto che l’anno prossimo si trasformerà in una missione di addestramento, formazione supporto. Naturalmente, secondo le ultime dichiarazioni del Segretario alla Difesa statunitense “a tempo indeterminato” o comunque.. si vedrà.    Il come – considerata la situazione sul terreno – rimane ugualmente indeterminato.

In Italia, tanto per cambiare, il tragico evento è passato praticamente inosservato e, del resto, le solite cerimonie (arrivo bara, onori, funerale di Stato) sono ormai ridotte al minimo indispensabile.   Il record dell’indifferenza – complice il Governo il cui motto è “meno se ne parla, meglio è”- è detenuto dal Parlamento.  Così l’informativa fornita dal Ministro della Difesa (la “new entry” ed ex parlamentare europeo) Mario Mauro è caduta nel disinteresse dell’aula e nella confusione con i lavori in Commissione…

Del resto la piatta esposizione si guardava bene dall’entrare nel merito della guerra afgana, trastullandosi con la questione se l’attentatore era undicenne o ventenne.  E poi a che pro entrare nei dettagli quando da una parte l’intero governo è a favore del mantenimento della missione e la maggioranza dei parlamentari non è neppure in grado di formulare la parola “Afghanistan”, sempre regolarmente storpiata a dimostrazione non tanto di una distanza geopolitica quanto proprio culturale.

Seguiva la consueta litania sui marò che – in quanto caso internazionale autoprodotto – non manca mai di suscitare la dovuta emozione.   Nessuno (a parte isolati e rituali richiami al dettato costituzionale che interdirebbe questo tipo di indefiniti interventi militari) avanza la benchè minima richiesta  di un serio e complessivo approfondimento (Esteri e Difesa) su bisogni e prospettive di un Paese che diventa sempre più inconsistente sul piano internazionale e vive in caduta libera l’esaurimento storico della sovranità nazionale. Insomma non solo non riesce, ma neppure ci prova a ricostruire la presenza internazionale che pure ha avuto negli anni ’60, ’70 e ’80.    La verità che l’89 non è stato da noi occasione di riflessione profonda e costruzione di una visione di transizione, bensì la “libera uscita” rispetto ad ogni riflessione sulla politica estera ed i nessi tra questa e quella interna.

Così è rimasta (con un apice nell’era Berlusconi) solo l’ossessiva devozione all’“amico americano”, magari con qualche saltuaria “furbata” laterale e zero contributo alla stabilizzazione e alla visione strategica (anche nel nostro cortile di casa mediterraneo).  Ed è assai dubbio che il “giovane” Letta quando uscirà dalla letargia (definizione del Financial Times) peraltro assai verbosa (pesce Nemo e Disney inclusi) che lo pervade e si recherà in visita sinodale a Washington, dia un qualche segnale di risveglio nazionale.

Speriamo che sia preceduto – almeno – da una parvenza di riflessione, se non con l’opinione pubblica, almeno nelle sedi istituzionali.  Insomma qualcosa da portare a Washington meglio del quaderno dei compiti “a casa”. E che fra i “compiti a casa” non ci siano altri caduti sul “teatro” afgano.

 

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