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03/02/2016

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Ammettiamolo: ci eravamo sbagliati, vittime come sempre  di un romantico “amor di patria”, ovvero “Right or Wrong is My Country”.   Insomma ci eravamo a lungo augurati che l’uso di mondo avrebbe avuto un qualche effetto positivo anche sul giovanotto del contado fiorentino inopinatamente prescelto (da chi?) per guidare un Paese di sessanta milioni di abitanti, nonché – comunque – al centro della civilizzazione d’Europa.  E, a suo tempo, alfiere dei processi di integrazione regionale e – a Dio piacendo – globali.    Cose non nuove ma tutte scritte in quel pezzo di carta chiamato Costituzione della Repubblica Italiana, cioè l’ultimo sforzo collettivo di un Paese uscito con le ossa rotte (ed il peggio dell’arretratezza sano e salvo…) dalla Seconda Guerra mondiale.

 

Lo spettacolo “africano” offertoci da “Matteosubito” e la concomitante “querelle” europea si sono incaricati di smentirci alla grande.   Ci hanno invece regalato uno show di provincialismo forse inarrivabile e degno del miglior Alberto Sordi. D’altro canto la sparizione fisica di pressochè tutti i maestri della commedia all’italiana (e della loro illusione di migliorarci dopo averci fatto specchiare nei nostri vizi storici) mette al riparo la “nuova” nomenklatura italiana da qualunque rischio di contestazione.    Difficile infatti credere che un Altan, un Zagrebelski ed un pugno di spiriti liberi possano scalfire un blocco in cui non è solo la destra e la neo-destra a farla da padroni, ma l’alternativa sarebbe la definitiva mummificazione di personaggi come Camusso e Fassina.

 

Ma torniamo ai cieli africani.  Accra – capitale del Ghana (uno dei tanti Paesi che mezzo secolo fa cantò la liberazione dal colonialismo): l’aereo “targato” Repubblica italiana atterra e ne discende un giovanottello definito dal modulo estetico – ormai definitivamente “vintage” – di Happy Days: giacchetta attillata ad interminabili spacchi, basette fino al mento,   segue la rassegna a passettini compunti di un pomposo (post-coloniale ahimé…) picchetto d’onore.   E poi via a spuntare un interminabile elenco di Paesi dai quali i principali gruppi italiani si aspettano un rilancio della loro decotta fantasia industriale.  Certo Renzi fa diligentemente il lavoro a cui è stato chiamato, ma meglio molto meglio fiancheggiare a Detroit il manager nord-americano Sergio Marchionne… o mescolarsi (abusivamente) ai giovani “cervelli” italiani rifugiati ovunque nelle Silicon Valley.

 

Lo show in terra d’Africa ci ricorda l’aristocratico (e paleo-razzista) disprezzo con cui il  conservatore Montanelli descriveva il passo atticciato (da caporale…) del dittatore Egiziano – ed arabo – Nasser.     Solo che adesso di questo non si parla, come neppure si accenna al fantasioso Inglese ancora sfoggiato dal “nostro” Primo Ministro, e menomale che l’ottimo Paolo Gentiloni comunichi, a suo intellegibile piacimento, con l’omologo americano, l’aristocratico Jhon Kerry…  Così mentre cala il sipario su questa ennesima performance davvero “da campione”    (Marchionne dixit mentre preparava il colpo di teatro dello scorporo Ferrari…), il Presidente Renzi può tenere calda la rissa solitaria con l’Europa.   “O con me o contro di me”: l’Italietta non si fa mettere sotto da nessuno.   Al “nudi alla meta” infiocchettato dai mille consulenti di Palazzo Chigi (non si sono neanche accorti che la disoccupazione aumenta, non diminuisce…) basta d’altro canto l’unanime critica europea.   Il perfido conservatore tedesco Schauble ci liquida sghignazzando di fronte al “ricatto” della periclitante Italia.    E, d’altro canto, come stupirsi quando il Governatore di Banca Italia – invece di fare autocritica – magnifica i successi (anche nella “sorveglianza”) dell’Ente inutile che dirige.

 

Così, mentre Renzi annuncia “in solitaria” che “spezzerà le reni” all’Europa che “incontrovertibilmente” non è all’altezza della sua gita domenicale in elicottero a Ventotene con il prode “mutandiere” Franceschini  (caso statue pro-islamiche e grazie che Rouhani sia stato molto diplomatico verso l’idiozia del Governo italiano…), va in scena un copione che neppure la benevolenza di “zia” Angela verso il nipote (una simpatica canaglia) può salvare.

 

Dunque tutto bene nel Belpaese impegnato allo spasimo nel pubblicizzare ritardi e voli pindarici in questioni serie di diritti di famiglia e – al tempo stesso – in lagne insulse sui “figli” dell’amore.

 

Intanto nel centro dell’”Impero”, a Washington, è definitivamente partita la campagna delle elezioni presidenziali.   Come ci auguriamo, i “pagliacci” stanno progressivamente uscendo di scena, ma non così il sorprendente exploit “socialista” in campo democratico che incrina il carattere dinastico del Partito Democratico. Mentre in quello repubblicano il conservatore “meticcio” Rubio convince più del manichino Trump.  Serva di lezione il fatto che – come già a Londra – i giovani seguano un vecchio riformista e non le fanfaluche reazionarie.

 

Siamo alle solite: l’Italia con il servile Barnum del cosiddetto Partito Democratico si colloca – impunita – un ventennio indietro.   Fingendo di essere all’avanguardia.

 

Auguri a chi ci crede.

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