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23/11/2015

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Per un intero – ormai invernale nel nostro emisfero – fine settimana è subentrata una sorta di calma maligna.  Il nostro “antagonista” ha assunto le sembianze di un coccodrilllo acquietatosi dopo il suo pasto scellerato di vittime umane.   Il nostro “fronte” interno – almeno a livello di pubblica opinione – è sembrato assuefarsi se non propriamente tranquillizzarsi (a credere ad assai ragionevoli sondaggi) di fronte alle rassicurazioni ricevute, e sopratttutto di quelle immaginate.     La personalizzazione – i nomi e cognomi dei “mostri” e la “caccia” ai medesimi – ha avuto un innegabile effetto placebo.

 

Gli “analisti” (soprattutto generali a riposo e dietro di loro islamisti, antropologi culturali e ci verrebbe voglia di dire “nani e ballerine”) hanno detto e ripetuto la loro e poi sono ritornati nelle retrovie, fuori della luce della ribalta.  Tutto finito, dunque?

 

Manco per sogno perché se è vero che l’IS (anzi, scusate, secondo l’acronimo arabo, DAESH) usa – e sa usare – la rete, è anche vero che i tempi sono diversi e diversa è la capacità di azzannare sbucando fuori da dove meno ce lo si aspetta.   Così mentre dalla nostra parte del “fronte” luci prenatalizie e routine invernale dei campionati di calcio spingono media ed opinione al torpore decembrino c’è da dubitare che l’IS si fermi.  Piuttosto dovrebbe essere intento a combinare la valutazione della situazione sul terreno, il proprio terreno (ed ancora non si conosce l’impatto dei bombardamenti franco-russi…) con l’”after -choc” in Europa.

 

La “location” planetaria del conflitto e, d’altro canto, gli obiettivi diversi (tuttora antagonistici) del fronte anti-IS rendono praticamente impossibile la convergenza sull’obiettivo principale e apparentemente comune (polverizzare l’IS stesso).

 

Questo stallo spiega perché le cronache abbondino di iniziative che – come le si presentino – sono praticamente irrilevanti.   La “kermesse” di Bruxelles (21 arresti assolutamente non decisivi) ed il blocco totale della città (emblematicamente “Capitale d’Europa…) danneggiano evidentemente più noi che “loro”.

 

Così Cameron viene ricevuto a Parigi, ma –nonostante gli specifici legami bilaterali Franco-Britannici – Hollande “gode” di ben altri alleati: Putin in Siria, Obama in Mali.   Il tutto depone per la saggezza “terzista” del nostro Matteosubito.   Purtroppo a noi sembra che – più che di “saggezza” – si tratti della consueta furbizia tattica.    Sull’intero scenario post-venerdì nero di Parigi grava poi la farsa macabra del singolo terrorista che – praticamente da solo – avrebbe messo in ginocchio la Francia ed ora – perfino senza spargimento di sangue – un Paese minore, ma emblematico come il Belgio.   Peggio di così….

 

A Roma la data fatidica rimane l’8 dicembre, l’apertura del Giubileo.   Silenzio dal Vaticano che non pare desideroso né di confrontarsi pubblicamente, né di deviare sempre pubblicamente dal suo – unilateralmente – fissato calendario.   Non restano dunque che funerali, cerimonie, rimembranze.    Con gli inevitabili tocchi di ridicolo così cari alla nomenklatura italiana: esempio la dolorosa morte della giovane studiosa Valeria Solesin: “incastonata” dalla Boldrini in un “acquis” di “genere”.   Ma non stupiamoci per la “nomenklatura”: questa si sveglia nel momento del “bisogno” ed ecco così mantenuta – tra il lusco e il brusco e con il voto di spesa – la nostra presenza militare in Afganistan.

 

A far che?   Certo contrariamente al calendario di uscita già annunciato.    Nessuno lo sa.   Certo non un Parlamento la cui conoscenza (perfino del mappamondo…) è inferiore a quella della famosa “casalinga di Voghera.

 

Infine.   Tranquilli: la guerra continua.  Anzi non è mai cominciata.

 

 

 

 

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