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18/11/2015

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I giorni si snocciolano uno dopo l’altro ma, mentre il lutto per i fatti di Parigi si consuma ed ulteriori allarmi si susseguono in tutta Europa, non si vede alcuna luce fuori del tunnel.

 

Il sinistro rituale mattutino è l’unica fonte di “informazione” per un opinione pubblica che dovrebbe finalmente fare i conti  con l’ottusità, la malevolenza, l’evidente inadeguatezza della generalità delle proprie classi dirigenti.   Non fanno eccezione quelle francesi che – inguaribilmente – si prendono sul serio e tendono a sopravvalutarsi evidentemente ignorando che la tonitruanza dispiegata dall’esile Hollande(“questa mattina i nostri aerei hanno colpito” le basi dell’ISIS) suonava di pessimo auspicio e non pare che quella attuale abbia migliorato né la credibilità, né i risultati bellici.   Il “blitz” di stamattina in un quartiere periferico parigino (Saint Denis) non pare aver ottenuto altro risultato che l’autoesplosione di una probabile terrorista per evitare la cattura, ferimento di almeno un passante e ventimila abitanti paralizzati in casa.

 

Da noi, a Roma (eccettuati morti e feriti) si ottiene lo stesso risultato fermando le auto in un rituale che dovrebbe simulare una inesistente normalità e viceversa chiarisce l’orizzonte culturale e decisionale della nomenklatura italiana.  L’inefficienza ed il degrado della città “Capitale” completa l’opera.   In breve, così come Hollande si produce in “chicchirichi” (il “gallo” di Francia) senza esito e non spende nemmeno una parola sullo stridente contrasto tra le sue aspettative geopolitiche ed il crollo di una politica di integrazione “a metà” ormai cinquantennale, rivelatasi completamente controproducente.   Proprio perché basata su di una superiorità di modello completamente autoreferente.

 

Nel frattempo, ma in questo l’Italia non è sola, il calcio è diventato l’unico termometro dello sviluppo degli eventi ed addirittura dei “caratteri” e delle aspettative nazionali.   Difficile affermare che con queste armi, proposte, iniziative si possa fermare e disciplinare il crescente caos globale.

 

Poi ci sono i caratteri nazionali primari: oltre a quelli francesi di cui si è parlato, quelli neo-prudenziali dei Tedeschi, la levità e scarsa consistenza italiana, eccetera eccetera.  Il risultato è quello di una spirale che non pare arrestarsi, bensì intensificarsi.    E qui non è questione né di mole dei bombardamenti, né di truppe di terra (“stivali sul terreno).      Il minuetto europeo – sola risposta al tardivo appello francese alla solidarietà europea armata – si declina in Italia con una sorta di “io speriamo che me la cavo”: un affidamento sia ad un Primo Ministro che ben poco sa del vasto mondo (e lo dimostra tutti i giorni, tranne che ai suoi ispiratori che forse cominceranno a rihlettere sulla consistenza di quello che vevano definito “un campione”) ed i ultima analisi confida con lo “stellone d’Italia”.   Esattamente quanto avviene per l’ostinazione con cui viene mantenuta la scadenza giubilare, assimilata (Dio sa perché) all’Expo.

 

Sembra a noi che sia arrivato il tempo del raccolto dei frutti avvelenati delle inerzie e degli errori seguiti al 1989 (il “Bicentenario” della Rivoluzione Francese, il crollo del Muro) quando la caduta della frattura Est-Ovest faceva venire meno un esile ma oggettivanente prezioso diaframma.  Da allora – invece di costruire nuovi modelli, nuovi telai, nuovi ancoraggi – si è dato il via libera alle anarchie atatuali, alla primazia del solo modello neo-capitalista, alla mortificazione del multilaterlismo, agli egoismi su scala sempre più ridotta.    E l’Italia – non avendo soggezioni centralistiche – si è scatenata in una frammentazione di rapina.  Se ci si pensa, anche la riduzione costituzionale del Senato ad areopago dei cacicchi locali (“territoriali”) e loro protezione istituzionale con le immunità assicurate dalla nuova Camera  di nominati, anzi auto-nominati rientra in questo modello.    Il tutto è avvenuto nel tripudio di una nomenklatura che ha messo per iscritto la propria storica inutilità.

 

Arrivati a questo punto non c’è molto da fare e, comunque, non dipende molto – o niente – da noi.  L’unica cosa che possiamo fare à metterci il meno possibile del nostro, dismettere le rodomontate così care al Ministro Alfano e –ma questa sarà più difficile – convincere Matteosubito ad ascoltare quelli che ne sanno più di lui (e ce ne sono perfino da noi e magari – uno o due – nel suo Governo).   Ed intanto speriamo che in Vaticano (ma lo diciamo da settimane)  qualcuno faccia il “gran rifiuto”.   Passerà alla storia  e magari salverà (prima, non dopo) qualche vita… e qualche speranza.    Dopo tutto, combattere le guerre con le armi del passato non ha mai portato fortuna a nessuno e non si può proprio affermare che i Giubilei siano espressioni della modernità.  Sarebbe bello che la “misericordia” diventasse patrimonio condiviso e con copyright (storicamente dubbio) di una parte sola.

 

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