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25/09/2015

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papafrancesco

 

Mentre nei giardini della Casa Bianca Obama accoglie il Presidente Cinese Xi JinPing con un circoscritto ed orchestrato “bagno di folla” composto soprattutto da bambini festanti ed assai orchestrati (il che dovrebbe piacere ai Cinesi che di questi “welcome” sono probabilmente i maestri già dall’epoca di Mao come ricordo da quando mia figlia di cinque anni “manifestava”  a Pechino contro Deng…), la rete trabocca delle imprese e dei messaggi di Papa Bergoglio: “Pope is Pop” recita un video.   E giù balli, canti, spezzoni di discorsi e soprattutto quel sorrisino papale che ognuno interpreta come vuole,

Intanto Francesco si “ambienta” al Palazzo di Vetro dell’ONU in attesa del suo exploit finale per il lancio definitivo di quella rivoluzione cristiana ed umanista che dovrebbe essere la prima reale incisiva risposta da parte di quello che una volta avremmo definito l’”Occidente” ed ora aspira ad un legittimato globalismo.   Niente di più. niente di meno.  L’assai diplomatica risposta pubblica di Xi non pare – almeno in questa prima parte cerimoniale – aver raccolto la sfida lanciata da Papa Francesco (si vedranno col Papa, si incroceranno a New York? Si stringerà il fossato con cui Pechino tiene lontana la presenza diretta della Chiesa di Roma?) e ha riportato il confronto con gli Stati Uniti sullo stretto binario bilaterale: da superpotenza a superpotenza: certo “amica”, certo disponibile ad esperienze di cooperazione bilaterale (per esempio sulle questioni ambientali), ma nulla di più.   Ed anzi un qualche sintomo di insofferenza per il messaggio cosmopolita ed appunto “umanista” lanciato da Bergoglio ed Obama.    Il quale – sia detto per inciso – non era stato preparato all’incontro “cinese” con il perfezionismo dispiegato verso di lui – e verso l’opinione pubblica statunitense – dalla diplomazia vaticana.    Così, mentre Obama ha citato con Xi i “coolies” cinesi inportati nell’800 per fornire le braccia necessarie per realizzare l’immensa rete ferroviaria tra Costa Est ed Ovest  degli Stati Uniti, Bergoglio ha sapientemente richiamato l’esperienza umanitaria di una figura cara agli Americani come l’attivista sociale Dorothy Day e le sue battaglie liberali e solidariste nel 900.

In breve – forse involontariamente – il Presidente USA si è lasciato sfuggire un tono che richiama il rapporto tra i due Paesi-continenti di prima del 1949: il “big brother” americano protettivo (fino ad un certo punto…) dei “piccoli” Cinesi…  Figuriamoci… Ma su questo tema dei due giganti e del loro difficile rapporto – tra loro, ma soprattutto con il globalismo multilaterale – avremo modo di tornare.  Tanto più perché questo possibile e conflittuale duopolio costituisce – se non altro intellettualmente – proprio un ostacolo a qualunque approccio globalista paritario: multilaterali o – come all’epoca della contesa Est-Ovest antagonisti prioritari…

Intanto, Francesco ha raccolto una nuova ovazione (dopo il Congresso USA…) all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di cui ha richiamato il un lungo discorso tenuto in spagnolo i principi fondamentali.  Anzi richiamandoli all’”osso” della Carta di San Francisco rifiutando esplicitamente l’enciclopedismo e la sterilità burocratica che porta sia all’impotenza che ad allontanare gli spazi reali di miglioramento globale.   Come sempre per questo Papa il mondo è complesso e vario ma può essere unificato sotto alcuni semplici principi.  La centralità dell’uomo, la sua dignità, la sua naturale solidarietà: “nella moderna civilizzazione i fratelli siano uniti”, no alla frammentazione, il bene comune piuttosto piuttosto che le ideologie,il “servizio comune nel rispetto delle diversità”.   Ma anche no alla discriminazione economica che moltiplica Paesi ed uomini e donne e privi deli beni necessari (casa, cibo, educazione per soddisfare i bisogni fisici e spirituali…).   Difficile dissentire ed infatti nessun lo ha fatto.   Bergoglio è poi passato – in discorso anche formale ma tutto di contenuti – all’elenco di mali individuali e collettivi – e qualche rimedio, passando così dal traffico di organi al “mismanagement” dell’economia globale, a tutte le forme di riarmo).     Ancora una volta ha ripetuto il suo messaggio “verde”.   Molti i punti già noti: “parliamo di uomini e donne in carne ed ossa”, e del diritto a casa, cibo, lavoro e libertà spirituale.  Preservazione dell’ambiente e delle risorse di cui si può usare ma non abusare a danno delle generazioni future.

E poi la condanna della guerra come “negazione di tutti i diritti” (dunque non guerre giuste ed ingiuste…).  Bene l’accordo nucleare con l’Iran e tutte le iniziative in questa direzione.

In sintesi una boccata d’ossigeno per l’ONU (non ancora “ripresosi” dal “massacro” del multilateralismo  compiuto da personaggi come Bush e Blair.   Ed una – non nuova – e (come ha sottolineato lui stesso) conforme alla dottrina sociale della Chiesa  – dura critica all’economia capitalista.

Significativo infine il richiamo al suo “vero” predecessore morale, Papa Paolo VI, Papa Montini, il cui discorso all’Onu fu il primo – esattamente mezzo secolo fa, il 4 ottobre 1965 – ad inaugurare una presenza che assai difficilmente potrebbe circoscriversi al rango di “successo diplomatico”…  Quando invece potremmo riconoscere che ha fin qui costituito una (forse l’unica) voce di speranza.

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