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23/09/2015

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casa bianca

Archiviata la prima tappa del suo tour pan-americano con il previsto successo cubano, Papa Bergoglio è in queste ore a Washington (“The Pope Comes to America” riecheggiando il titolo del film degli anni ’40… 1930 “Mr Smith Goes to Washington condividendo il magnifico finto stupore messo in scena da James Stewart…) dove l’accoglienza di Barack (e Michelle… e madre di Michelle) è stata personalmente entusiastica. Ne parleremo fin d’ora e fino alla fine di una missione che registrerà un discorso alle Nazioni Unite che – finalmente – non farà sbadigliare e sbuffare per il vuoto di prammatica (o almeno questo è quello che prevedono gli entourage e i mandanti degli oratori in rappresentanza dei Paesi che “guidano”).

 Su Cuba va registrata “a saldo” la riservata messa a punto della Santa Sede su di un problema che esiste, ma di cui puntualmente le “anime belle” si fanno scudo. Costoro (in parte gli stessi che – invece di capire la svolta vaticana con l’elezione “acelerata” di Papa Francesco -inventavano una oggettiva complicità di Bergoglio negli orrori della dittatura militare argentina) non hanno mancato di rimarcare come Bergoglio avesse omesso di schierarsi dalla tribuna di Piazza della Risoluzione a fianco della dissidenza cubana, dei prigionieri politici (quelli che restano..) ed in generale delle “libertà”. Puntualmente il tema non è stato omesso e anche da Holguin (città originaria dei Castro) Bergoglio ha richiamato il tema dei diritti dei cittadini e del “chi serve chi”. Varrebbe forse la pena (ma Bergoglio l’aveva già fatto con l’anticamera a San Pietro, all’alba inflitta ai “politici” italiani) di spiegare come anche se in forma meno fisicamente cruenta i diritti civili e di partecipazione siano conculcati con i più vari mezzi anche nei Paesi cosiddetti “liberi” e/o “democratici”. Basta attraversare il Tevere, tanto per fare un esempio. E magari non uscire neppure dal Portone di bronzo.

 Di più le fonti vaticane hanno fatto cenno ad una “lista” passata alle Autorità cubane. Un metodo certo più efficace di un improponibile – e fuori tempo massimo – attacco frontale.

 Ma dietro tutto questo si cela un’ostilità preconcetta per l’”enciclopedismo” della formula bergogliana che dice tutto per colpire i nodi più purulenti. Un pragmatismo morale (comunque motivato) che rischia di avere successo in questa terribile fase storica. Ed è ciò che ci convince (e convince enormi fasce di popolo e perfino i meno peggio dei dirigenti degli Stati nazionali…), risparmiandoci il rovello se lo faccia per la Chiesa di Roma o per tutti noi, senza neppure distinguere tra noi e gli altri. Francamente a noi basta in una fase in cui il “mood” prevalente (fatto prevalere…) era a favore del “male”, tutto il male. Relegando il “bene” (umanità, solidarietà, umanesimo) in un ghetto passatista.

 Alla globalizzazione mancava un set di valori condivisi e/o condivisibili e – nel silenzio generale, nella fine delle ideologie (inclusa quella a nostro avviso funesta di “patria”) nell’eclissi della cooperazione politica internazionale – parrebbe che la Chiesa romana e universale si sia assunta questo ruolo. Certo – se riuscirà, anche parzialmente – risolverà buona parte dei problemi e dei guasti che l’avevano portata sull’orlo di un abisso di non credibilità (certo non fuori dei propri blindati confini). E, dunque, ci voleva un Gesuita, questo gesuita frutto di un meticciato ad ampio raggio e perciò capace di sintonizzarsi con chi non si affida agli “Hunger Games” come accettabile modello di vita. Da qualunque parte si trovi.

 I discorsi (quelli dal balcone della Casa Bianca e forse quelli “a due”) e soprattutto le trionfanti immagini che in queste ore e minuti ci arrivano da Washington confermano questa nostra modesta interpretazione. Certo poi c’è il resto, tutto il resto: i custodi della memoria dei nativi americani che storcono la bocca per la prevista canonizzazione di padre Junipero Serra che convertì la California del Settecento con i “metodi” ancora praticati all’epoca (certo ignari dei valori del multiculturalismo ma avvezzi alla “ruota” e agli squartamenti); la comunità americana LGBT che rimane perplessa di fronte al “diniego matrimoniale” della Chiesa cattolica, le “anime belle” che stigmatizzano l’”uso” propagandistico dei “poveri” ed il contrasto tra il messaggio solidarista con le crescenti diseguaglianze nord-americane e di tutti i Paesi sviluppati. Ed altri ancora, tutti con più o meno fondate ragioni, rimangono scettici in presenza di un persistente “gap” tra parole fatti (certo molto parzialmente dipendenti dalla volontà e dalla parola papale…). E, tuttavia, il richiamo di Bergoglio alla Nazione americana perché si unisca ed appoggi uno sforzo possibile a favore degli individui e delle popolazioni più “vulnerabili”. Di nuovo ci sono già i critici dell’assenza di “nomi e cognomi” dei mali del mondo. E perfino quelli che lamentano il “silenzio” papale a difesa dell’aborto. Costoro aspettano con ansia di udire le parole “conservatrici” che il Papa non mancherà di pronunciare all’incontro con i Vescovi statunitensi.

 Che aspettino e poi critichino pure: d’altro canto come si dice la “madre dei fessi è sempre incinta”. Noi ci scandalizzeremmo meno se qualcuno affermasse (probabilmente difficile smentirlo…) che la missione del gesuita Bergoglio è l’impresa mediatica più mastodontica e di successo di questo inizio di millennio. Facile replicare che anche la cascata di crocefissioni e decapitazioni in Medio Oriente risponde alle stesse regole, magari per un pubblico diverso…

 Infine, va da subito sottolineato come l’evidente (e già verificata nel loro incontro romano) simpatia personale tra Papa Francesco ed il Presidente Obama non si riduce ad un’empatia appunto “personale”, ma viene significativamente situata in una condizione oggettiva che vede entrambi collocati in storie individuali di emigrazione, di essere stranieri e in qualche modo entrambi “meticci”: di qui un sentire cosmopolita (“umano” senza preventive discriminazioni e al di là delle “appartenenze”).

 A seguire….

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