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21/09/2015

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bergoglio fidel

 

Vista di prima mano (ero all’Avana non più tardi di due settimane fa durante la preparazione della missione a Cuba di Papa Bergoglio) la solenne e partecipata apertura di questa “tournée pan-americana – più che stupire – rassicura.   Certamente l’epicentro del “progetto” diplomatico della Santa Sede, del suo “giocarsi il tutto per tutto” in una congiuntura che non potrebbe essere più pericolosa (per dirla tutta, “mortifera”, testimonianza sanguinosa della “Terza Guerra mondiale” o meglio: prima Guerra globale) non risiede nel punto di partenza caribegno quanto piuttosto nella tribuna ONU di New York e – se mai – nel passaggio a Washington ovvero al centro di un potere globale il cui raggio d’azione continua pericolosamente a restringersi.   Il che – sia detto per inciso – ha indotto la Chiesa Cattolica ad accettare (volere?) un potere di surroga nell’evidente consapevolezza che le condizioni per un auto-annientamento della “civiltà” umana ci sarebbero tutte…

Il “laboratorio” cubano, anzi statunitense-cubano era lì pronto per essere attivato (paradossalmente aperto nel 1998 dal Pontefice meno “dialogico” anzi certamente ideologico dei tempi moderni e cioè quel Karol Woytila  che in missione in Centro-America respinse – ai limiti della violenza fisica – il tentativo di “bacio dell’anello”  messo in atto da un prete “colpevole” di essersi impegnato nella “sovversiva” teologia della liberazione…): un laboratorio tenuto aperto ancora pochissimi anni or sono da Papa Ratzinger.   Ed ora questo “laboratorio” è stato solennemente riaperto.

Dunque nessuna preoccupazione di insuccesso e neppure di modestia dei risultati.   Anzi proprio all’Avana hanno cominciato a vedersi le linee-guida intorno alle quali intende muoversi il progetto irenico bergogliano.   Tanto per cominciare, il Papa ha lanciato il concetto del “servire le persone, non le ideologie”.  In altre parole un massimalismo inedito in due millenni di storia, ma ora precipitato in una via obbligata.   Anzi, data l’ampiezza della strategia, potremmo dare per scontato il successo nella tattica cubano-statunitense.      Le premesse di lungo periodo e contingenti ci sono tutte.  Di più, se un successo può vantare il castrismo è quello di aver saputo conciliare un’opzione rivoluzionaria con lo storico ruolo “ponte” dell’Isola (per intenderci quello che gli aveva assegnato la Spagna del Cinquecento).

Chiesa cattolica e Castrismo (al di là delle schermaglie e delle contingenti opposizioni) non sono mai stati antagonisti strutturali.  Anche a non sopravvalutare l’educazione ricevuta da Fidel dai Gesuiti, resta il dato storico della protezione accordata dal Vescovo di Santiago al giovane rivoluzionario nelle sue prime imprese (forte Moncada e relativo processo).  Un legame che non si è mai definitivamente spezzato e che – piuttosto – viene richiamato ora che il Paese affronta la propria transizione in una inevitabile ed evidente debolezza delle strutture politiche.  E, dunque, in presenza di un pesante rischio (tuttavia da non sopravvalutare alla luce del ringiovanimento della società cubana…) di regressione e di vuoto di potere.

Di più, mentre alcuni “osservatori” si attardavano sulla (presunta) “difficoltà di coniugare rivoluzione comunista e religione cattolica”, Cuba rimane lì a dimostrare che è vero il contrario.   Che ci piaccia o no.   Ed in ogni caso sarà “cosa buona e giusta” farselo piacere: non foss’altro che per evitare il peggio.    Il che – attualmente – è un programma massimo, non il meno peggio.

Quanto ai Cubani (largamente coinvolti nell’indifferenza post-moderna, ma anche animati da una risorgente vitalità) dalla visita si aspettano ulteriori risultati che liquidino definitivamente gli effetti (reali e psicologici) del maligno “bloqueo”.    La questione sul tappeto sarà piuttosto quella di preservare il carattere unico dell’Isola, la sua capacità (grazie a “nonno” Fidel ed ai sacrifici e all’orgoglio di milioni di Cubani) di testimoniare l’esistenza – se non la vittoria sognata dal Che – di una via alternativa.   Comunque non eterodecisa.

Il difficile (per loro) viene adesso e così è per il tour pan-americano (meglio: globale) di Jorge Bergoglio per il quale la “tre giorni” cubana rischia di essere solo una tappa preliminare per raccogliere le forze.

Intanto il focolaio si è incistato tra Europa (continentale e mediterranea) e Medio Oriente con le masse di rifugiati ed umani spostati lungo le rotte delle contraddizioni irrisolte. Irrisolte da quando?   Un aneddoto.   In un pomeriggio imprecisato dei tardi anni ‘70 del secolo scorso mi trovavo a Vientiane (Laos) imbarcandomi in un traghetto per attraversare il Mekong ed entrare in Tailandia e rientrare al mio lavoro a Pechino ed il giovane barcaiolo sfoggiava una maglietta con l’effigie del romantico eroe cubano (il Che).   Sorpresa per l’universalità del messaggio, sorpresa destinata a crescere  quando sulla banchina ferroviaria ad attendere il treno notturno per Bangkok trovavo un ravviato giovane “rifugiato” laotiano (la guerra indocinese non aveva coinvolto il solo Viet-nam…) a cui le Nazioni Unite avevano accordato protezione e – mi auguro – futuro.

Bene: da allora è passato quasi mezzo secolo: cosa abbiamo fatto da allora ad oggi?

Bergoglio ha ammonito i giovani Cubani richiamandoli al dovere di sognare.   Naturalmente e ancora una volta non solo loro.  Ma come e dove dovrebbero farlo qui da noi?   Ai meeting mammuth di Comunione e Liberazione o innamorandosi delle gabbole auto-incensatorie di Matteosubito o creando improbabili “start up” (gli “inventori del nulla”)?       Naturalmente per non parlare dei vecchi, il cui unico impegno  è rimasto quello di sopravvivere.

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