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18/09/2015

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I proverbiali “24 lettori” del “Cosmopolitaly” ci hanno più volte e variamente indicato il loro fastidio per la nostra – loro avviso – superflua e perfino nefasta tentazione a dedicare molta attenzione ai fatti di casa “nostra”  a scapito di quelli del vasto mondo ove si misura la praticabilità (o meno) della nostra ipotesi-guida, quella appunto (ormai “vecchia” di quasi  un quarto di millennio dell’adozione di un’ottica e di principi “cosmopoliti” (nonché – udite udite di pace universale e perfino di “ospitalità” verso gli altri umani).

D’altro canto Il “vecchiume” che spira dalle immortali pagine del razionalista (non: “buonista”) Kant ha finito per stancare  anche chi come noi da quasi mezzo secolo sostiene idee e valori come la cooperazione internazionale, il ripudio delle “soluzioni” belliche, la morte degli Stati nazionali, la necessità delle integrazioni regionali (tipo l’Europa, non l’Abruzzo Molise…) e di tutte le forme di pacifica sovranazionalità, la corresponsabilità tra aree sviluppate e quelle “in via di sviluppo”, tra Paesi demograficamente emergenti e quelli calanti.  E via utopizzando, in piena dimenticanza di un fatto storico assai evidente e cioè che il 900 può essere classificato come l’era del sadismo, mentre il secolo appena apertosi già si configura come quello del masochismo.     E, dunque, a dispetto di intelligenti richiami di lettori e amici, anche il Cosmopolitaly subisce il richiamo dei bassifondi della cultura e della scienza politica, quelli della carne e del sangue, depravati e a (lungo?) andare suicidarii.

Certo per noi è chiarissimo come l’attuale dibattito politico italiano si situa nella spazzatura delle idee e dei valori positivi. Eppure il nitore kantiano non intriga: il nuovo libro dell’amico Rampini (uno dei pochi che regolarmente porta il mondo nel Paese del “cappuccino e cornetto”, delle mafie, dei familismi e della doppia morale) parla esplicitamente di “seduzione del caos”,  dice infatti Rampini: “l’ordine antico sta franando e di un ordine nuovo non c’è neppure traccia”.   Ed allora a che pro parlarne?

Più divertente seguire giorno per giorno la fantapolitica renziana, la saga del Senato “museale”, le falsità presentate come verità e le verità come gabbole per gonzi e passatisti.

L’ultima del duetto Renzi Boschi (a sua volta “benedetta” da quella “routard” della politica di nome Finocchiaro e vedete voi a che personaggio dei cartoon accostarla…) è quella di “Matteosubito”: … sono settant’anni che gli italiani aspettano questa “riforma”.  E già: dopo aver sopportato quel vecchiume della Costituzione repubblicana (detestata secondo Renzi perfino prima di nascere…) cioè “da 70 anni!!!) gli (ex) cittadini italiani finalmente potranno essere evirati sia sul piano istituzionale che su quello elettorale (il consenso e l’indicazione popolare a Renzi non è servita… e vedete come sta bene….è bravo e forte….).    Insomma dopo settant’anni ci saremmo liberati di questi impacci… e non si creda che il fastidio degli Italiani sia in toto per la nomenklatura politica e per quello che è diventata: priva di idee e progetto che non sia autoreferente, incolta, parassitaria e dannosa, contigua con le mafie.   No: questo piacerebbe al popolo bue, il problema è il bicameralismo imperfetto…..    Dunque come si fa  non parlarne?

Infatti ne parliamo.  Eppure ce ne scusiamo.    Anche se è ammirevole la preveggenza del Premier che nell’anno (appunto del 70°) vigilia della Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea Costituente  prepara per l’anno prossimo il referendum dal quale – finalmente – se dispone di un consenso pari ad almeno il 10% di quanto quotidianamente gli attribuiscono giornali e media sovvenzionati e prezzolati.    Del resto quello a cui stiamo assistendo è il “remake” a colori e con effetti speciali di un vecchio film in bianco e nero.   Finito assai male, (per citare Renzi: ottanta anni fa….) ma dei cui contenuti sembra che l’Italia non riesca a liberarsi.   I protagonisti di oggi, tutti presi dalla strada ma potentemente appoggiati hanno perso in “classicità” ma – in compenso – sono perfetti esempi del post-moderno all’italiana.   Di nuovo, altro che Kant e vasto mondo, qui le scene sono dominate (oltre che da Renzi e co.) da tal signora De Filippi e da apposito bambinetto piangente e seminudo esposto al ludibrio della “giuria” televisiva.   E magari a volute concupiscenze di assai diffusi malintenzionati.

Metafora della nostra condizione?

 

 

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