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21/05/2015

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palmyra

 

“Il Governo si è assunto il dovere educativo”: non è una dichiarazione un po’ etilica in un’osteria di campagna (se ancora esistono) bensì il sigillo finale – ebbro di insana felicità – della cosiddetta Ministra dell’Educazione Giannini (discendente dell’indimenticato fondatore del movimento dell’“Uomo qualunque” dell’immediato dopoguerra Guglielmo Giannini?).   Con quest’urlo di battaglia la scuola pubblica italiana viene di fatto cancellata in nome di un abborracciato aziendalismo e di qualche rantumaglia pseudoefficientista.    Un altro pezzo della democrazia italiana viene cancellato a colpi di tweet e di ordini di scuderia per quello che (forse…) fu un caposaldo della ricostruzione democratica nazionale.   Cioè il PD, erede (per assenza di testamento) di una stagione riformatrice che ora si stenta a credere sia transitata nello Stivale.

D’altro canto tra i rottami da spazzar via dai binari (secondo le “istruzioni” del “drogato di capitalismo”(“capitalism junkie”) – parole sue – Sergio Marchionne, era prevedibile che figurasse la scuola, ultimo residuo di una Italia povera, ma dignitosa e volenterosa, civile e senza (peraltro impossibili nelle condizioni attuali…) ostentazioni.   Il nostro artigianale e volontarista “melting pot”: miscelatore di culture, censo ed aspettative, solo luogo in cui potevamo almeno sognare l’uguaglianza delle possibilità: per noi e per quelli meno fortunati.    Solo luogo dove – bene o male – contavano i meriti, la volontà, le capacità.    Le altre scuole (confessionali, private, ecc.) erano per i ricchi e fortunati… meglio se imbecilli.   E se per caso non lo erano ce li facevano diventare per “predestinarli” al loro inevitabile successo grazie alla cultura familistica e clientelare che sempre più dominava il Belpaese.  E che oggi ne è diventata l’ideologia esclusiva…

Così. Bando alle ciance: togliamo di mezzo questo anacronistico ostacolo alla “modernizzazione”.  Privatizziamo (oltre che l’Università, già condannata dal provincialismo e dalla subalternità culturale ad una anglofonia d’accatto) anche l’educazione e la cultura di base.    Anzi ripristiniamo il vecchio “avviamento al lavoro”, liquidiamo le illusioni di “ascensore sociale” affidato al merito prima che questo si faccia potenzialmente eversivo e disturbi la stolida arrogante ed ignorante “Pax Renziana”.

Intanto tacciono i soloni della nomenklatura (i “grandi saggi”, le “riserve della Repubblica”), a loro volta ebbri di felicità per essere scampati alla rottamazione (nel loro caso per conclamata ed evidente obsolescenza) e – da sempre – impegnati soltanto nella difesa dei loro (innumerevoli) scranni, onori e vitalizi.     Per la gioia non esitano a baciare (in senso proprio) il loro erede spirituale: appunto Matteo Renzi.

Così facendo, possono simulare di averlo scelto loro medesimi quando la strada della “svolta” viene da ben altri lidi…  E tanto basti.

Nel frattempo il conflitto, i conflitti, nel vicino Oriente (già Asia Minore e poi Medio o appunto vicino Oriente a seconda da dove lo si guardi… da Roma o da Washington) ha segnato una ulteriore tappa di orrore e tristezza per gli umani “civilizzati”: la città siriana (meglio: ubicata geograficamente in quella che fu la Siria della “decolonizzazione” e dell’indipendenza)  di Palmyra, uno dei meglio conservati siti della civiltà mondiale.    Logico aspettarsi nuovi scempi e distruzioni di una memoria che si era protratta fino ai nostri giorni, fino ad oggi.

Chi scrive ricorda una visita di lavoro a Palmyra di un ventennio addietro: nel deserto intorno alla magica città, l’Italia cooperava (in vari progetti con la FAO ed il WFP, programma alimentare mondiale) al ripristino della vegetazione e per favorire il ritorno delle “gazzelle” del deserto.  Da Palmyra si passò ad Aleppo e fino alle zone frontaliere con la Turchia dove  crescevano le prime iniziative “Food for Work” destinate soprattutto alla popolazione femminile.   Tutto spazzato via, tutto cancellato esattamente dal giorno in cui un fragile multilateralismo fu spazzato via dai “talebani” di casa nostra: quelli dell’”esportazione della democrazia” a colpi di missili, di taglie e di ruspe sui fantaccini contadini iracheni…

Altri tempi, altre prospettive con frontiere che si aprivano ed erano percorribili per le speranze: insomma le mille miglia distanti dalla triste attualità dei rifugiati asseriti terroristi con mamme ben inserite nel nostro vicinato.   Se restasse spazio per l’ironia o per il buonumore lo useremmo tutto per affrontare la vicenda (ovviamente italiana..) del giovane clandestino marocchino che incarnerebbe una mezza dozzina di “maschere”: studente modello impegnato nell’integrazione nella Bassa padana, clandestino scampato all’annegamento nel Mediterraneo, attentatore nel Bardo di Tunisi, e così via come in un caleidoscopio impazzito che ricorda quello ben più tragico ma altrettanto misterioso di Charlie Hebdo…

Purtroppo, mentre la diplomazia europea (Italia in prima fila..) si gingilla con i più fantasiosi progetti di “autodifesa” della propria “Fortezza”, questi spazi e tempi di riflessione non isterica, non ideologica, non strumentale  risultano del tutto esauriti.   Domina l’isteria. Spesso costruita a tavolino: come accade puntualmente nell’asfittico osservatorio italiano.  Il patetico caso Salvini (instancabilmente favorito dai media prezzolati dalle elargizioni di Stato) e le repliche alfaniane sono lì a testimoniarlo ed è difficile immaginare che gli scolastici sforzi della Lady Pesc italiana Mogherini (uscita come Minerva dalla testa del Giove Renzi…) possano migliorare questo squallido e preoccupante panorama.

Così, non è solo Palmyra a morire.   Ma, d’altro canto, la preveggenza con cui il Governo “riformatore” di Matteosubito ha cancellato la scuola italiana diluirà il dolore che subiremo per questa perdita.

Palmyra chi era costei?

 

 

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