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24/04/2013

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Dallo zio al nipote: discontinuità all’italiana. Dopo il ventennio di Gianni Letta, “tutore” e mallevadore per un ventennio del Caimano affidatogli fin dal 1994 (all’epoca de“L’Italia è il Paese che amo…”) alle cure di questa preziosa “eminenza grigia” della destra clericale nonché “inventore” tra l’altro di Scelli (ex Croce Rossa d’assalto nel teatro iracheno) e quel Bertolaso (planetariamente noto ), ecco arrivare Enrico Letta nipote e suo affettuoso fan (“votate PdL e non disperdete i voti su Grillo”, così in un’intervista di Letta – Enrico – al Corriere della sera).

Vice Segretario del Pd per l’area cattolico-centrista. Neppure cinquant’anni, definito da Napolitano “molto giovane”, anche per gli “standard italiani” (di nuovo sic…).  Si è presentato all’uscita dello studio presidenziale con un discorso breve ma strutturato ed abile: agire sulla “sofferenza” ripristinare la “credibilità della politica”, riformare la legge elettorale (con l’obiettivo di eliminare il paralizzante doppio regime Camera/Senato e non tanto per ridare sovranità piena ai cittadini di fronte all’esproprio decisionale compiuto dalla nomenclatura politicante)   e perfino premere nella cornice europea per politiche di rilancio.  Detto così è una prima assoluta e testimonia di una visione meno provinciale che riporta l’Italia nel suo contesto internazionale e regionale.

Il diavolo è – come sempre – nei dettagli.  Ad esempio per ben due volte l’emozione – nonostante la visibile scuola di dizione e di rappresentazione politica – gli ha fatto chiamare Napolitano “Presidente del Consiglio” (da cui sarebbe stato chiamato…).   E, del resto, la breve allocuzione del Presidente della Repubblica confermava questo lapsus, nel senso che proprio Napolitano spiegava alla stampa il senso politico del futuro Governo.  Una visibilità ed una autorevolezza decisionali, queste, più consone al sistema presidenziale francese (in cui il Primo Ministro è poco più di un supporto amministrativo) che alla Costituzione della Repubblica italiana.

Quanto a Letta, questi dichiarava esplicitamente come l’interlocutore “in primis” dell’operazione di convergenza politica e di “cucina” del Gabinetto ministeriale fosse il PdL. Così il Paese è servito e potrà assaporare la “discontinuità” all’italiana.  Ma, si dirà, c’è l’emergenza: peccato però che a pagarla siano gli italiani, mentre i responsabili “nazionali” dello sfacelo (che precede la crisi economica) dovrebbero essere i “guaritori”.

Un esempio. Il PD si smarca dicendo di non avere potere contrattuale nei confronti del potere del Presidente (della Repubblica, non del Consiglio…): già ma dove e quando lo ha perso? E per colpa di chi?  Un tema su cui si tornerà a crisi di Governo conclusa proprio per misurarsi con il futuro, quello vero.

Il resto è fuffa: “Governo di servizio” (definizione di Letta) con “alto” – o basso – profilo politico.  Vedremo presto, intanto Berlusconi assapora non soltanto la resurrezione, bensì un vero e proprio trionfo politico. Durerà?

Del resto, “schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia del pensiero umano” così Elias Canetti in apertura di “Potere e sopravvivenza”.  All’Italia e soprattutto a chi la dirige: “De te fabula narratur”.

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