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31/03/2015

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Una volta le insegne erano “VINI E OLI” ed era un’Italia felice o – quanto meno – speranzosa di un futuro tutto da costruire.  Insomma la famosa situazione in cui i figli potranno stare “meglio” dei padri.    Adesso – sotto il regno felice di Matteo Renzi- le insegne potrebbero recare la scritta “Vini e Libri”.    Parrebbe un miglioramento, o il frutto della crisi produttiva dell’olio.  Viceversa si tratta dell’ennesimo disvelamento dell’intreccio tra corruzione e politica.   Intreccio, non politica distratta o carenza di controlli.     Prima Roma con la “mafia del Cupolone” (o Venezia con il Mose e la faraonica diga mobile sulla laguna, o l’incredibile Expò di Milano realizzato come una “fiera degli obei, obei” dell’otto dicembre ) ed ora siamo arrivati nella bella isola di Ischia ove – per aiutare la famosa Coop Concordia “metanizzando” a caro prezzo  i bisogni energetici – si passava per assurdi acquisti di (per altro discutibili) vini prodotti in “D’Alema land” e dei libri firmati dal medesimo.     In breve da “libro e moschetto” a “vino e libretto”.

Basterebbe quest’ultima storiella in cui la “metanizzazione” forzosa in mezzo al Mediterraneo diventa – da tutti i versi – la prova provata della rapace follia della nomenklatura nazionale ovvero da un punto di vista estetico il capriccio d’alemiano per avere la sua D’Alema Valley in Umbria invece che la “Napa” in California (magari ci inviterà la sua amica la guerrafondaia USA Condoleza Rice…)…   D’altro canto c’era da tempo ben peggio come il Museo fantasma (il Maxi di Roma) realizzato con soldi nostri non per esporre (non c’é niente…) bensì per regalare ad un personaggio come tal Giovanna Melandri nota sola per essere un personaggio della Roma “bene” di “sinistra” una sinecura perpetua di grande conforto.

Assolutamente normale tenuto conto che il “giro” è quello in cui campeggiava lo stretto collaboratore del Sindaco Veltroni quell’Odevaine (i nomi variano in grafia come nel clan dei  Marsigliesi…) già condannato per questioni di stupefacenti.     Anche qui libri su i bambini africani e dosi massiccie di “kennedismo”.   Senza commenti.   Come senza commenti il matrimonio hollywoodiano del custode della cassaforte renziana (la Fondazione – udite udite – “Big Bang”, ora ribattezzata in Italiano…) Marco Carrai…

Qui l’intreccio – rilanciato dai fatti ischitani e da un cattivo vino al metano – non è tra soldarelli e politica quanto consiste in una “terzomondizzazione” del Paese.   Un merito “storico” degli pseudoriformatori “all’italiana”…   Ed intanto Matteosubito continua instancabile a cianciare di “riforma” elettorale.  Che “tutto il mondo ci invidia”.  Né più né meno che l’Expò di Coca Cola, McDonald e… Banca Intesa.      Non era per questo che ci si era battuti difendendo la candidatura al Bureau delle Esposizioni di Parigi…  Anzi si sperava che la “finestra” internazionale avrebbe messo la sordina all’ottuso provincialismo meneghino dei Maroni e dei Salvini, ma anche di quello “glamour” dei Formigoni e compagnia.

Ed ora, come nelle fiabe dell’orrore lo spettro di Berlusconi sindaco nel 2016 mette un sigillo da “Famiglia Adams” ad un saga vergognosa.   Altro che storica occasione…

In verità questa fastidiosa (per dire il minimo) sensazione di salto all’indietro, di ritorno nel passato camuffato con un modernismo d’accatto sorretto da una macchina mediatica ormai a pieno regime e dotata di mezzi poderosi non è circoscritta alla notizie di cronaca (per lo più giudiziaria) ma investe tutta la politica, tutte le vicende maggiori del Paese.   E’ – per esempio – quanto sta accadendo fino ai massimi livelli istituzionali – ove quel tanto di “novità della continuità” rappresentato dall’elezione alla Presidenza della Repubblica del giudice costituzionale e reduce (sia pure ad altissimi livelli: vicePresidente del Consiglio con D’Alema, Ministro della Difesa, autore del “Mattarellum” elettorale) della seconda Repubblica Sergio Mattarella sta scivolando in uno sbiadito silenzio e – peggio – in una rituale visibilità di “rango”.   Non bene per l’Italia, forse ok per il forsennato protagonismo renziano.

Di fatto, una riduzione a-costituzionale di un ruolo che negli ultimi anni si era dilatato ma (e lo diciamo noi che abbiamo condiviso ben poche delle scelte e delle iniziative di Giorgio Napolitano) aveva in qualche modo costituito un “ancoraggio” (anche internazionale) ed una testimonianza della residua credibilità del Paese.

Stretti – come siamo – tra i lustrini renziani e lo squallore quotidiano del degrado nazionale, bombardati di successi immaginari, divisi e spaccati su di una agenda reale che stenta a venire alla luce non siamo affatto entrati in una promettente primavera, ma – di giorno in giorno – consumiamo un interminabile autunno di cui non è dato conoscere l’esito.   In questo senso – e solo in questo – siamo l’avanguardia della crisi d’Europa.

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