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31/01/2015

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Quirinale

 

Mentre la “fumata bianca” del trionfo di Sergio Mattarella (e di Matteo Renzi…) sale dal camino di Montecitorio verso il colle del Quirinale, la frase più evocata è quella profetica: “moriremo democristiani?”. Era questo il titolo di un editoriale del “Corriere della sera” di Alberto Cavallari degli anni ’80 del Novecento e più volte ne parlammo con questo grande amico e maestro, che da quasi vent’anni non c’è più. E nel parlarne non potevamo fare a meno di ironizzare – già allora – sul come questo segno dell’impotenza italica (a nostro giudizio) fosse, tutto sommato, il meno peggio che potevamo aspettarci.

E di questo ragionavamo in anni immediatamente successivi partecipando sotto la pioggia ad un 25 Aprile milanese (Festa della Liberazione) contrassegnato dalle mille apprensioni per la sorprendente vittoria di Silvio Berlusconi, visto da noi come lo schiudersi delle uova del serpente incautamente e colpevolmente covate da Bettino Craxi. Quasi un quarto di secolo è passato: la Seconda Repubblica è svaporata in tutta la sua inconsistenza, un lungo buio “illuminato” dalle trovate berlusconiane e che lascia in eredità un Paese stremato, rimbecillito, privo di memoria. E non solo: nell’economia, il settore pubblico (l’unico – stante la debolezza cronica delle Istituzioni e della direzione politica – in grado di almeno pensare un progetto “nazionale” di crescita e di ruolo nel mondo) è stato totalmente cannibalizzato. E l’Italia è diventata una provincia-museo periferica. In fondo e paradossalmente la designazione quirinalizia di Mario Monti era il Quisling che c’eravamo meritati… e la sanzione di una subalternità ai mercati finanziari ed alle Istituzioni monetarie.

Oggi la designazione “plebiscitaria” di Sergio Mattarella ci riporta (come solennemente “profetizzato” da Giorgio Napolitano salutando i colleghi della più consolidata nomenklatura…: “il mio successore è tra voi, in questa sala”) a piedi uniti in una interminabile riedizione della Prima Repubblica. La seconda (partita con le strombazzature dipietriste, leghiste ed ovviamente berlusconiane) era affondata in un incremento esponenziale della corruzione, nella mancata modernizzazione e nella restrizione degli spazi di democrazia.

L’esecutore testamentario era – ed è – il giovanotto arrogante ed astuto di Rignano sull’Arno, già portaborse democristiano: il trionfatore di un’operazione che era già stata tentata (invano) con la candidatura due anni fa di un altro democristiano doc quale Franco Marini.   Ora ci sono riusciti e chiudono (tutti vincitori ed un solo sconfitto: Silvio Berlusconi) il quasi quarto di secolo dell’interregno della destra più insulsa e sbracata. Come nel gioco dell’oca: “case  départ”: si torna alla casella di partenza. Sunto? (non solo nostro, ma del vecchio super-democristiano Cirino Pomicino…): tre decadi di storia collettiva e – ahimè – individuali buttate dalla finestra. E perché? Per l’eclissi di ogni cultura politica sull’altare della subalternità ad un progetto che non era solo di un singolo individuo (il bonario rapace Silvio) ma doveva aprire la strada alla definitiva disgregazione della democrazia, della partecipazione e del “collettivo”. E, sia detto tra parentesi, l’omicidio di Aldo Moro ne era stato il tragico prologo.

Ora comincia l’anno Uno. Speriamo duri poco e non faccia troppe vittime “residuali”. I giochi si sono riaperti e potrebbero funzionare se solo si aprissero ad una vasta e consapevole partecipazione soprattutto giovanile. Una cosa è certa: questo non è un Paese da “uomini della Provvidenza”, non può essere compresso in idiozie maligne come il bipolarismo, il maggioritario, il mito della governabilità. A voler essere buoni, ma non idioti, si dovrebbe partire non dagli applausi al demiurgo Renzi e dall’adulazione per il restauratore con la “schiena dritta” e cattolico inappuntabile Mattarella, ma da un’immediata messa in mora di una classe dirigente che non paga mai le sue colpe ed i suoi errori.

Lo ha detto a caldo con piacevole sobrietà il neo-Presidente Mattarella (così simmetrico con il Presidente Tedesco, il pastore protestante Johachim Gauck…): al centro “le difficoltà e le speranze” dei suoi concittadini, cioè noi.

Auguri al 12esimo Presidente della Repubblica italiana e soprattutto a noi.

 

 

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