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30/01/2015

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vespucci

“Be Cool and join the Navy” (siate “fichi” ed andate in Marina).  Intanto che si esaurisce – ovviamente a vuoto – la terza votazione a maggioranza qualificata per eleggere il nuovo Napolitano e così ci restano almeno ventiquattrore per riaprire i giochi con la maggioranza semplice, viene voglia di parlar d’altro.  Almeno per un poco…

E così, mentre mettiamo da parte (per un po’) manovre, permali, ipotetici cambi di maggioranza, sogni e disillusioni dei componenti – a vita – della nomenklatura vorremmo spendere un po’ d’attenzione alle ragioni profonde, ai modi, del declino italiano, di un’Italia che non oggi, ma secoli fa fu al centro della civiltà europea.

Avevamo già accennato come – all’interno di quella follia che sarà l’Expo di Milano (scippato alla povera Smirne e alla possibilità di portar pace e cooperazione dalle parti dove rotolano le teste…) tante piccole follie sussidiarie si affollano allo scopo di “esserci” e da qui la campagna del già pretendente al Quirinale Dario Franceschini sul “Very Bello”, ovvero la promozione – collateraler dell’Expo – di siti ed iniziative culturali tratte dai “depositi” della penisola.  Ma c’è di meglio nell’orgia provincialista che infetta (non da oggi, ma oggi più che mai) il Paese e soprattutto la sua miserella classe dirigente) e questo meglio è perfettamente incarnato dalla campagna della Marina per incrementare il reclutamento che – a quanto pare e nonostante la massiccia disoccupazione giovanile – non marcerebbe troppo bene.

Ed ecco su migliaia di autobus (questo hanno… come canale mediatico) troneggia l’incredibile “Be Cool”, sul ritornello immaginario di “In the Navy”. Insomma non siamo proprio “Americani”, ma Americani a Roma certamente sì. Considerata la canizza disumana sui “poveri Marò” assolutamente impensabile in un Paese anglosassone (cool… e professionali, loro) si capisce bene come i pubblicitari (pagati da chi?) siano costretti ad incredibili e controproducenti trucchi mediatici.

Ma chi li approva?  Non bastavano le precedenti campagne delle Forze armate, tutte ricalcate sull’iconografia della “squadra” televisiva e di altri sceneggiati?

La verità è che l’Italia è e rimane il Paese della maglietta di lana, o peggio ancora della mela e del mandarino. E “truccarla” da Paese normale non è solo difficile, ma è anche inutile.

E lo si è visto anche in questa tormentata occasione.  Dove tutte le considerazioni sono state evocate tranne quella della situazione in cui si trova il Paese.   Che – fin qui – non ha mai posto all’ordine del giorno un “che fare” nazionale. La stessa designazione per il Quirinale del giurista siciliano Mattarella (al di là delle sue motivazioni tattiche e del martellamento di Renzi sul “povero” Berlusconi, la cui agonia pare interminabile) non tiene conto del vero problema dell’Italia che non è – ripetiamo non è -  di natura giuridico-costituzionale, quanto di progetto collettivo. Tanto per essere chiari un compito che – comunque – avrebbe richiesto un politico competente sull’economia, sulla natura reale delle cose, su dove sta andando il mondo e su dove – e come – noi ci intersechiamo con il vasto mondo. E l’unico di statura internazionale era, ed è, Romano Prodi. Quello che il rapace qualunquista ed i suoi seguaci definivano il “mortadella”.  Peccato che è l’unica mortadella esportabile.  E non da paesetto periferico intorcinato nelle sue fobie, modesti piaceri, nulle aspirazioni.

Non parliamo poi neppure come i “giochetti” di Renzi (quello che voleva fare Ministro degli Esteri – all’epoca di Charlie Hebdo – una “stagista” poco più che ventenne di politica internazionale). E, con il dovuto rispetto, il Prof Mattarella ne rappresenta il furbesco contraltare. Non serve al Paese, così come non servono gli esperti di importazione, magari neppure italiani.

La verità vera è che la politica dell’Italia non la fanno né i mille e più del Parlamento, men che meno quel che resta dei Partiti e certo non le Istituzioni. I “decisori” sono altrove e – per noi – nonostante gli starnazzamenti della destra italiana (quella classica e quella leghista) decidono loro. Ma allora sarebbe più intelligente risparmiarci tutta questa agitazione. In fondo c’è da discutere e decidere squadre (di calcio) e formazioni. Diceva il poeta: lasciateci divertire.

Auguri per il voto “decisivo” di domani.

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