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27/01/2015

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Grecia

 

Tornando dall’estero (ove si è appreso della splendida vittoria ad Atene di un democratico “europeo” che – chissà perché – la stampa internazionale definisce “Leftist” ovvero sinistrorso radicale…) e sintonizzandosi sul dibattito in corso al Senato italiano sulla legge corrida (risultati alle cinque della sera…) dell’Italicum, si ha la sgradevole sensazione di essere atterrati non già nella Capitale d’Italia, centro della Cristianità, bensì su Marte oppure in una remota isola del Pacifico (Tonga?) ove un Re malevolo dispone dei suoi sudditi. Per dire: se a Tonga si vendeva il DNA di tutti gli isolani, quaggiù si vendono anime e cervelli.

Senza retorica, né drammi da sconforto, le voci trasmesse dal Senato della Repubblica (sic) parevano – ad un orecchio disabituatosi in 48 ore – un docu-film girato in un manicomio pre-Basaglia: alcune centinaia di “morituri” (prognosi poco più di un anno e poi via con l’abolizione della loro “fabbrichetta” costituzionale) si dividevano equamente su di un tema inesistente con centinaia di “emendamenti” tra quelli che vogliono l’abolizione “sic et simpliciter” della rappresentanza popolare e quelli che tentano invano di mantenere – almeno – il dettato costituzionale (come riaffermato anche dalla Corte Costituzionale). Gli uni e gli altri vaniloquano di “riforma”. In che senso, di grazia?

Nel frattempo in Grecia i cittadini sono stati chiamati a “dire la loro” (non vivevamo nelle grandi Democrazie occidentali?) sul tema centrale del loro futuro: e cioè se vogliono pagare all’infinito i loro errori (meglio: le loro illusioni su di un’Europa che facesse “star meglio” senza presentare poi i conti e comunque chiedere serietà, responsabilità, impegno a chi ne chiede il sostegno) e la proposta del giovane Tsipras (c’è quarantenne e quarantenne….) è risultata schiacciantemente vincente, a soli due seggi dalla maggioranza assoluta…  Altro che i trucchetti e premiucci “cucinati” dai nostri “progressisti”. Ora come allora innamorati delle elezioni “alla bulgara”. Fino all’attuale “rischio” (o speranza neppure tanto segreta della “nomenklatura”) di astensione fino a non raggiungere neppure il 50% degli aventi diritto al voto. Se non è dittatura questa, come altro chiamarla?

Ed infatti le molte centinaia di quidam (non) de populo, invece di dibattere la tragica condizione del Paese che li mantiene, passavano la serata nei confortevoli scranni di Palazzo Madama a parlare del nulla, con frizzi lazzi malori e molti tanti sbadigli. Come ha insegnato loro il giovane e “sveglio” Presidente del Consiglio, già semi-addormentato al dibattito a Strasburgo al termine dell’insignificante semestre europeo dell’Italia. La “polpa” sta altrove e i “capi” lo svegliano quando è utile e necessario.  Per loro.   E tutti gli altri fanno finta di niente e continuano imperterriti a cianciare di Patto del Nazareno (a quando quello della Madonna, ovviamente a rischio di scomunica da parte di Bergoglio?). Un patto stipulato con un ottuagenario (e con mallevadore un compaesano fiorentino pluriindagato) che ha consacrato un quarto di secolo ad arricchirsi (di più…) e ad aiutare gli Italiani a trasformarsi in una copia di lui medesimo. E già, che c’è di meglio?

Con spudoratezza la stampa di regime ha subito messo in guardia: “l’Italia non è la Grecia”: non fatevi illusioni. Qui da noi o si mangia questa minestra o si salta dalla finestra. E non si sognino di poter scegliere tra farsi “spolpare” ancora un po’ dalla congrega degli “Ottimati” oppure tornare in campo con ideali, valori, interessi di massa. Questo no: l’Italia non è la Grecia. Qui nessuno ti chiede cosa vuoi. Qui i candidati alla Presidenza vanno dal gradimento popolare zero (es,: Amato), o a “scivolate” come gli agenti di scorta trasformati in camerieri personali (caso IKEA… della Finocchiaro) per non parlare del di lei consorte…

Di più, ci fosse un solo candidato a Capo dello Stato scelto per competenza, autorevolezza, perfino l’aborrita “onestà”.

E così, mentre il “Leftist” Tsipras con una sola dichiarazione fatta la sera della vittoria elettorale (dopo una campagna durata un pugno di settimane…) riporta il dibattito sull’Europa là dove è stato cacciato via dagli interessi finanziari e del grande capitale.  Nonché dall’omertà dei partecipanti al banchetto funebre dell’Europa medesima, in Italia si simula, si inventa, si chiacchiera. Invocano riforme “snap-shot” ed in realtà vogliono mantenere lo status quo. Che ne é dei tanto decantati Monnet Schumann De Gasperi, Delors ma anche Kohl e Mitterrand. Dove è finita l’Europa dei cittadini? E come si preserva quel che resta del patrimonio culturale, civile, democratico e solidarista europeo? Altro che “generazione Erasmus” (o – senza malizia – “orgasmus”)… Altro che aggregazione regionale aperta e cooperativamente competitiva con le aree emergenti.

Tsipras è entrato con poche – ma chiare e pesanti – parole su questi grandi temi, che non sono certamente solo greci, ma pienamente europei.  Riguardano tutti noi.  E gli Italiani dovrebbero vergognarsi della propria assenza da questo dibattito, da questa urgenza di riprendere dignitosamente una strada obbligata europea.  O preferiscono essere alla periferia del capitale globalizzato come vecchi attori un po’ suonati che si esibiscono solo sulla “piazza del paese”   Sembrerebbe di sì quando il “centesimo” pretendente alla Presidenza della Repubblica (il Ministro della Cultura Franceschini…) vara il sito “Expo” sulle bellezze d’Italia (chi la Boschi? O la Madia?) e lo “battezza” con il fatidico nome “Very bello”) profumatamente pagato all’agenzia di pubblicità “Lola..” non so che. Senza commenti…

Grazie Tsipras. Viva Magalli.

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