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13/01/2015

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Renzi a Strasburgo

“Spunta il sole, canta il gallo e Mussolini monta a cavallo”. Ma non il gallo un po’ arrogante e maschilista della tradizione francese, l’Asterix post Enciclopedia quella di Diderot (non la Treccani, né Wikipedia, post-Rivoluzione, Pre Belle Epoque…). Parliamo del gallo cedrone della campagna toscana che tanto è cara a chi vi è nato ed ha mosso i primi passi di una irresistibile ascesa che l’ha portato questa mattina dalla “Ruota della fortuna” degli esordi a pontificare dal rostro del Parlamento europeo a conclusione  dell’ appunto “inconcludente” semestre di turno di Presidenza della UE toccato all’Italia. E’ dunque di scena al Parlamento UE di Strasburgo (dopo la “merenda” repubblicana di domenica pomeriggio tra l’Eliseo e Place de la Republique) il nostro Matteosubito. Di positivo nell’esibizione “a solo” va immediatamente registrata l’assenza dei vestiti di stagnola blù che ne avevano caratterizzato l’esordio.

Così il Renzi in grigia “tenue de ville”, da “statista”, ha potuto sciorinare temi a noi ben noti e – d’altro canto – la stolida provocazione dei parlamentari italiani all’UE (soprattutto i “poveracci” leghisti: passati dall’invasione del riso cambogiano ai marò e frattaglie di pari peso sui travagliati scenari mondiali) ha legittimato la povertà di un discorso che si voleva “storico” o quanto meno commisurato alla gravità del momento (economia, sicurezza, inclusione, prospettive UE, ecc. ecc.). Viceversa l’eccesso di protagonismo del nostro “campione” – anzi “fuoriclasse” autarchico (a stare al ponderato giudizio dei nostri “cosmopoliti” metteurs en scene, De Benedetti e Marchionne) ha reagito come un toro di fronte al drappo rosso.

Il che ci ha fatto immediatamente – ed inevitabilmente – tornare ai giorni gloriosi delle esibizioni europee berlusconiane (non a caso alleato principe del Governo “riformatore” “covato” – fino all’ultimo minuto di Ufficio – dal Presidente uscente Giorgio Napolitano.      Alcune ”perle” della mattinata alsaziana di “Matteosubito”: “il nemico c’è” (l’Islam, il terrorismo internazionale, l’assenza di agenda europea?), “è vero che l’Italia ha il terzo debito pubblico al mondo, ma gli Italiani – chi? forse gli amici suoi? – sono sempre più ricchi”. E via replicando, ad uso di un pubblico continentale e globale, le bubbole solitamente riservate a noi italiani.

Poi – dimostrando di essere il primo a credere ai propri slogan: abbiamo inventato il giudice Cantone, stiamo rilanciando l’economia e facendo pulizia, dal Mose di Venezia all’Esposizione “Universale” di Milano, che inevitabilmente trionferà. Insomma basta. Torni il Nostro alla stagnola blù che tanto piace alle ragazze di provincia o di “famiglia”. Viva l’Italia.

Anzi largo a sicofanti e caudatari. A noi resta prepararci (soprattutto in caso di “riforma” elettorale) ad un tasso di astensione ormai molto prossimo al 50%  degli aventi diritto al voto: insomma siamo quasi al punto d’equilibrio (!) in cui se la canteranno e se la suoneranno da soli. Tanto della realtà in cui vive la stragrande maggioranza degli italiani non se ne curano, contano quanto i camerieri nei film.

Nel frattempo (cifre ufficiali alla mano) è stato rilanciato lo “spolpamento” del Paese che Berlusconi aveva lasciato – suo malgrado – parzialmente incompiuto: anzi ora siamo allo “spiumaggio” delle generazioni presenti, future ed anche quelle un po’ passate. Dunque: forza con le riforme. E a Strasburgo, al Parlamento europeo si è svolta una doppia fiera delle castronerie: alle iperboli del Premier si sono aggiunte le indicazioni – al limite sempre più ampio dell’assurdo – tipo quella di una “deputata” di Forza Italia che invitava a liberalizzare, rispetto ai vincoli comunitari di deficit, espungendone le spese per la “lotta al terrorismo”. A quando un prestito forzoso anti-islamico? Fortunatamente (perché di “fortuna” si tratta…) abbiamo un Ministro degli Esteri dotato di humour, ma attento al ridicolo e al velleitarismo e che – come tale – ha immediatamente stoppato la deriva anti-Schengen.

E tanto basti: lasciamo ai loro soliloqui i Giovanardi e i Tonini (questo e quello pari sono…) e chiudiamo definitivamente la parentesi del ruolo “speciale” europeo. In attesa di vedere cosà verrà dopo l’”autunno del patriarca”. In calendario c’è Sanremo. Non potremmo saltarlo per un anno? O magari far cantare un solista: ad esempio Matteo Renzi e le sue “girls”: risparmio assicurato ed una farsa in meno.

Intanto, vorremmo chiudere rimediando ad una colpevole dimenticanza: la scomparsa (dopo Virna Lisi) della grande Anita Eckberg. Lei è lei, quasi una “Charlie” italiana: tanto involontaria quanto impossibile da non vedere, da non sentire come una oggettiva sentinella contro il vecchiume e il perbenismo nazionale. E a scrivere la sceneggiatura di quella “vignetta” animata non un “manierista” triste e oggettivamente commerciale come il premiato Sorrentino (ahimé, ahinoi) ma il più grande Fellini e con lui, con lei, l’immaginifico Mastroianni, o il masochista omicida triste (oggi più di ieri attuale) Alain Cuny (che ho il privilegio di ricordare enigmatico compagno di tavola per una “bavette” al Quartiere Latino).   Costava poco ed il secolo del sadismo non aveva ancora ceduto il passo a quello del masochismo (ora). Intanto: “bevete più latte, il latte fa bene”. Ciao Anita.

 

 

 

 

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