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08/01/2015

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charlie hebdo

 

La Francia piange i morti – ai quali si è oggi aggiunta un’agente uccisa durante un controllo – e si interroga se questo sia soltanto un inizio o un fatto isolato ancorchè evidentemente legato ad una “centrale” esterna. Vedremo dunque quali sviluppi avranno le indagini e la caccia ai presunti assassini.

Nel frattempo – poiché questo ci riguarda direttamente – cercheremo di capire se e come l’Italia possa essere colpita direttamente e quali sono state le reazioni al carnaio di “Charlie Hebdo”, quali le prospettive esterne e le implicazioni interne. Subito qualche tratto, cominciando da quella televisione pubblica che viene direttamente finanziata dai cittadini con un’imposizione fiscale (dunque ovviamente coatta…). E cominciamo da una domanda: mentre tutti i media internazionali hanno mobilitato giornalisti, analisti ed esperti militari, geopolitici, islamisti… perché l’informazione di Stato in Italia ci ha propinato una razione record della grintosa massaia Polverini (già infelicemente Presidente del Lazio) oppure un tour  televisivo h24 dell’amico di Putin, Le Pen, del dittatorello Nord-coreano ovvero il solito Salvini in tenuta da ginnastica? Già perché? Perché non sanno nulla, non vogliono sapere nulla abituati come sono a confondere Parigi con i libri del solito Augias. E allora esce fuori un ben più serio interrogativo: dove è finito l’expertise nazionale su tutti i settori coinvolti,  a partire da chi il Medio Oriente e l’Islam li conoscono davvero. O anche dove sono finiti i demografi, gli analisti del reticolo geopolitico. Morti, scomparsi… Una storia esemplare è quella dell’ISMEO  (Istituto per il Medio ed Estremo Oriente fondato da Giuseppe Tucci prima della II Guerra mondiale) ucciso dal commercialista Tremonti perché (avendo meno di cinquanta addetti permanenti) fu considerato “ente inutile”. Certo più utile per Tremonti era l’ospitalità romana del suo amico della Guardia di Finanza incappato in vari guai giudiziari. Stessa storia per l’Istituto per l’Africa.

Stessissima storia per la Farnesina che nell’ultimo quarto di secolo non ha fatto altro che cancellare la “rivoluzione” morotea, mettendo ai posti di comando un personale diplomatico tanto di destra quanto incompetente e carrierista. Il caso dell’ambasciatore Terzi elevato inopinatamente al rango di Ministro degli Esteri non richiede commenti: se non siamo in guerra con l’India (seconda Potenza dell’Asia) poco ci manca… Meglio ancora è il caso del rampollo Vattani (il cui padre fu per un ventennio il discutibilissimo Segretario Generale e capo della diplomazia italiana) descritto da tutti i media e visibile in rete come un perfetto “fascio-rock” ed ora responsabile di tutte le relazioni dell’Italia con l’Asia. Davvero una cospicua agenda qualora il neo-Ministro Gentiloni volesse seguire anche un decimo della tradizione dei veri Ministri degli Esteri come Fanfani, perfino Andreotti ed anche Medici, certamente Moro e far dimenticare i Fini, Frattini, Terzi e compagnia cantante.

Dopo tutto, chiunque capisce che non basta Renzi in trasferta da Piazza Colonna a Piazza Farnese per fare una politica estera e metterci in sintonia con la Francia e – al tempo stesso – delineare una nostra autonoma agenda.

Chi non ha dimestichezza con questi temi potrebbe chiedersi perché questo richiamo ai “massimi” sistemi. La verità è semplice ed incontestabile: il mondo e la politica esterna di un Paese non si fanno in reazione ad una strage – sia pure orrenda ed altamente simbolica come quella di Parigi – ma soprattutto quando la strage non succede. La stupida ed autolesionista idea che Farnesina ed “Unità di crisi” siano sinonimi ci ha portato all’attuale irrilevanza e pericolosa esposizione.

E lo stesso discorso vale per i servizi di sicurezza, passati da “campioni” come i famosi Santovito e Pollari al sempiterno duetto costituito dal dalemiano Minniti (quello dalla esibita eleganza della provincia meridionale e dall’Ambasciatore Massolo) probabilmente l’unico al mondo con questo titolo senza non essere mai stato tale neppure a San Marino. Certo il problema non sono loro ma mandati pluridecennali difficilmente rispondono a criteri di funzionalità e di adeguamento ad una realtà globale sempre più complessa.

Sembra questa la “periferia” delle questioni imposte dalla strage di Parigi e – al massimo – la solita compiaciuta esibizione del provincialismo italiano, ma non lo è quando solo si consideri fino a che punto l’Italia e soprattutto Roma (e il Vaticano) siano – è già stato detto dal “campo” avverso – possibili obiettivi. La Santa Sede lo ha capito da tempo e dietro la scelta di Bergoglio potrebbe esserci anche questo elemento soprattutto rispetto al ripiegamento portato avanti dal miope (opinione nostra) Ratzinger, più preoccupato dei Lefebriani (e dell’infanzia di Gesù) che  del mondo e dei Cristiani nel mondo. D’altro canto se Stalin ironizzava sulle “divisioni” del Papa, possiamo noi interrogarci sull’operatività dei servizi di sicurezza vaticani di fronte a più o meno “militarizzati” islamici con Kalasnikov.

Se è vero – come è probabilmente vero – che Charlie Hebdo può essere le Torri Gemelle dell’Europa, difficile stare tranquilli quando le nostre uniche certezze sono – oltre a Polverini e Salvini – le escursioni di Renzi a Piazza Farnese e dotte citazioni di una senescente ed inferma giornalista come Oriana Fallaci. O il ricordo della sua visita ferragostana a Castel Gandolfo per “ammonire” un già più che convinto (discorso di Ratisbona…) Ratzinger.

Anzi di fronte alla frivolezza di molti commenti nostrani non possiamo che convenire con quanto affermato da Ezzedin Elzir, Presidente dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia, secondo il quale il problema non è in nessun momento quello di “Charlie Hebdo” in quanto tale (satira sì, satira no…) quanto dell’irrompere di una violenza “simbolica” in un confronto (se non un dialogo) da reclamare in nome di valori umani condivisi. Se esistono e riescono a contrastare ciò che si nasconde dietro i “valori”.

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