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02/01/2015

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E così la montagna partorì – se non il classico topolino – al massimo un “topolone”. Ci riferiamo all’assai dignitoso discorso di Capodanno (e di congedo…) del Presidente della Repubblica Napolitano: l’unico dal 1946 ad aver goduto di un rinnovo del proprio mandato.

Dignitoso assai (e così diverso dal vuoto pneumatico che aveva contraddistinto la pirotecnica esibizione di Matteo Renzi), ma assai vuoto di contenuti per le preoccupazioni e le aspirazioni di sessanta milioni di Italiani (anzi sessanta meno una consistente fetta che vive – appunto – come i topi nel formaggio dello sfacelo – vecchio e nuovo – del Paese). Come avrebbe potuto dire (e disse ad esempio assumendo la responsabilità del Ministero degli Interni e dei suoi “segreti”): “giudicheranno gli storici, non io”, sceverando “il loglio dalla pula”…

E, purtuttavia, alcune riflessioni si impongono perché attengono non tanto al Presidente uscente (per sua volontà), quanto al nodo che strangola il nostro immediato futuro.  Il discorso opera una calibrata distinzione tra problemi (che riconosce) ed i responsabili.

Ebbene in nessun passo li individua nelle Istituzioni, e gli uomini e donne che “professionalmente” le compongono: anzi trasforma costoro – con un colpo di bacchetta magica – in quelli che questi problemi li risolveranno. Quando invece nell’opinione della stragrande maggioranza degli Italiani – sono essi stessi – la politica “politicienne” – ad aver cavalcato, spesso determinato siffatti “problemi”.

Napolitano ha fatto di più quando si è quasi giustificato di essersi rivolto ai “quidam de populo” del Belpaese (e cioè i cittadini anche nelle loro espressioni associative) invece di rivolgersi esclusivamente ai suoi “naturali interlocutori istituzionali” (dai quali potrebbe scaturire – per bassa ed interessata scelta della “nomenklatura” – il suo stesso successore).  Evitando cioè – di almeno tentare – l’affondamento del “bisturi” nei problemi di fondo di un Paese incontestabilmente alla deriva. Magari illusionistica, ma sempre deriva e per di più asservita ad una scelta di campo che nessuno ha mai pubblicamente dibattuto e che è nota ai soli veri “padroni del vapore”.

Senza contare che, stando non all’opinione di estremisti di passaggio ma della stessa Corte Costituzionale, l’attuale Parlamento (che osservatori imparziali definiscono come il peggiore della storia repubblicana) viola nella sua stessa composizione vari inderogabili principi della Costituzione e, perfino, la stessa rappresentatività popolare affidata al voto (ormai assimilabile al “voto da casa” dei concorsi canori ed infatti disertato dal 40% degli elettori) .

E le cosiddette “riforme” promettono il peggio fino all’assurdo del “laticlavio” assegnato d’ufficio (per il “nuovo” Senato) ai responsabili regionali e locali del rapinoso scempio e ruberia nazionale. Roba – ci si passi il linguaggio – da repubblica delle banane.

Tutto questo svanisce nel testo presidenziale che, dopo essersi concentrato sui successi ottenuti nel garantire la “stabilità” a partire dall’aver ripescato dall’oblio il Professor Monti ed averlo inserito “d’ufficio” al vertice del Governo ed averlo poi lasciato sostituire con una frettolosa girandola governativa (fino al famoso “Enrico stai sereno…”) ritiene di poter affermare che questo evidente ”cortocircuito” istituzionale abbia restituito credibilità  internazionale all’Italia. Boh?! A noi pare una contraddizione – assai palese – con la rilegittimazione istituzionale che egli compie. E la tenta fino a liquidare il tema della corruzione come una sorta di incidente che sale fino ai più alti livelli (poverini: inconsapevoli…), quando è invece evidente che il fenomeno è strutturale: e la nomenklatura politica vi è strutturalmente coinvolta. Altro che “sodali” coinvolti, magari per fragilità morale: il mondo “di sotto” che risucchierebbe il mondo “di sopra” ed il tutto si annega nel grigio corrotto del “mondo di mezzo”. Ma come è possibile se si facevano pagare perfino mutande e vibratori.

Certo era assai difficile aspettarsi da Napolitano (da sessant’anni in Parlamento e al vertice delle Istituzioni) un appello alla trasparenza o il riconoscimento che esistono vie di limpidezza costituzionale come quella oggi avviata in Grecia (sì nella disastrata e non del tutto incolpevole Grecia…) in cui già il 25 gennaio si voterà se non il futuro, certo una univoca posizione ellenica sui temi del futuro (l’Europa, il debito e così via). E tanto è più difficile quando il giovane Premier tenta di speculare sul “caos greco” rivendicando i meriti comparativi della supina acquiescenza italiana ai mercati finanziari, ad Istituzioni che hanno da decenni compiuto scelte ferocemente classiste ed antipopolari, consapevolmente dimenticando il senso e i valori profondi del processo di integrazione europea.

Del resto (con bonaria e financo aristocratica noncuranza per la canizza a cui quotidianamente si assiste nei lavori parlamentari grazie anche a causa del frettoloso reclutamento (da parte del PD bersaniano…) di due Presidenti parlamentari privi di qualunque preliminare esperienza… Napolitano ha rivendicato lo stabilirsi di un clima “concertativo” tra i soggetti politici. Egli parla di due “schieramenti contrapposti”, quando invece sono almeno una mezza dozzina. A meno di immaginarsi una pseudo-destra e una pseudo-sinistra “ufficiali” che – allo stato – non esistono e, così continuando, non esisteranno mai.

Molto altro – purtroppo – non c’è da aggiungere, considerato il (voluto) minimalismo dell’allocuzione presidenziale. Il “diamoci da fare tutti insieme” risulta un po’ velleitario quando si è dato il “via libera” allo strozzamento renziano di ogni partecipazione popolare e – peggio del peggio – non sono state difese – bensì represse dal “governo del fare” – le manifestazioni “di piazza” dei diritti costituzionali. E poi appellarsi al “buon esempio” di “Capitan Samantha” o della “scienziata Fabiola” svanisce a fronte della massiccia fuga dalla “patria” di giovani e dei vecchi che possono andarsene e sono stanchi della quotidiana vessazione di una burocrazia sorda e cieca la cui riforma è stata affidata ad una giovanotta dell’”inner circle” dell’establishment.

Del resto – per quanto rispetto personale si debba all’anziano Capo dello Stato – non si può non rilevare come l’intero vocabolario da lui usato sia largamente ottocentesco – perfino formalmente “risorgimentale” con l’esaltazione di concetti dubbi e comunque superati (es.: “nazione”) e che nel caso dell’Italia hanno il sapore di foglie di fico per coprire irrisolte vergogne.  Queste sì “nazionali”.

D’altro canto il contesto è quello che è. Citiamo alla rinfusa: un altro “grande vecchio” (Marco Pannella) tenta di rilanciare il vergognoso tema dell’inciviltà carceraria appellandosi al messaggio al Parlamento per la riforma carceraria, amnistia, anti-tortura ecc. inviato tempo addietro proprio da Napolitano (“nelle cui vene scorre sangue reale” dice Pannella riprendendo un antico e fantasioso pettegolezzo basato – ahinoi – sulla somiglianza fisica con Umberto di Savoia). Poi c’è il re-insediato (dal PD) Sindaco Marino che propone la svendita dei “sanpietrini” romani per finanziare altre sue fantastiche imprese, ci sono i vigili romani che la vigilia di Natale erano “malati” all’80%. E ci sono – mentre i “marò” fanno navetta tra l’Italia ed il confort dell’Ambasciata italiana a Nuova Delhi – molti, troppi ostaggi a rischio di morte.  A partire dalle incaute ragazze che venendo dal Varesotto e dalla Bergamasca venivano sequestrate  alla fine di luglio in Siria nell’insanguinata Aleppo. Probabilmente pensavano di dare un contributo nei destini del mondo o aiutare chi soffre a causa della Terza Guerra mondiale (definizione di Papa Francesco dello stato attuale del mondo). Ma forse sarebbe venuto il momento di costringere l’Italia ad una visibile ed incisiva politica estera: un compito più difficile per i giovani, ma certamente meno rischioso e più produttivo. Lo capiscono?  Gli interessa? O preferiscono – a loro rischio e pericolo e/o a spese nostre – le copertine? Certo il caso “marò” è stato il peggior esempio possibile e chi lo ha alimentato – tutti quelli che lo hanno alimentato – ne porta tutta la responsabilità.

 

 

 

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