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23/12/2014

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santa

Lungi da noi invelenirci l’antivigilia – e la vigilia – di Natale con le tristi cronache del “dibattito” parlamentare che (a guisa di tossico regalo a tutti – anzi quasi tutti – i cittadini italiani) costringe – chi può permetterselo – ad una sbronza purificatrice al pensiero che subito dopo Capodanno tutto ricomincerà come prima…

Eppure il violento confronto sul gioco d’azzardo richiede un paio di notazioni: intanto che lo Stato italiano registra ormai un blocco sociale il cui unico raffronto (per chi conosce la storia…) consiste con la Cuba di Fulgencio Batista quella che precedette ingloriosamente la calata dei “barbudos” dalla Sierra Maestra… Ci riferiamo in particolare al condono “tombale” concesso ai biscazzieri in cambio di pochi spiccioli da sperperare (nel migliore dei casi) in provvedimenti demagogici quali i famosi 80 euro che fecero starnazzare gioiose le vestali, giovani e meno giovani, del PD. Parlarono perfino di redistribuzione della ricchezza…

Così con l’anno nuovo le botteghe semiclandestine ove vengono sperperate risorse indispensabili ed invece destinate a creare sempre nuove dipendenze si accenderanno di nuove luci e nomi di fantasia da Las Vegas a Cleopatra (esattamente come a Cuba fino al 1958…). Così mentre la cattolicissima Binetti si rallegrava delle monetine destinate a “curare” (ma come?) le crescenti “ludopatie” (Giolitti parlava di “tassa sui gonzi” oltre mezzo secolo prima dell’invenzione delle slot machines) e confermava il proprio rifiuto ad usare la mano dura sui biscazzieri, il Governo e la maggioranza proseguivano nel solco tracciato da un famoso “riformatore” del secolo scorso: Massimo D’Alema. Fu lui infatti ad aprire la strada alle illusioni e alle autodistruzioni delle sale bingo ove decine di migliaia di disgraziati non cercano l’unico riscatto possibile per loro, ma piuttosto lo stordimento. Morto il “sol dell’avvenire” restava la solidarietà con quei custodi dell’ordine sociale che sono appunto i biscazzieri. Evviva la nuova Italia.

Delle botte in Parlamento e dell’orgia di espulsioni manu militari degli eletti del popolo (e forse per questo che i commessi sono una categoria di privilegiati: maneggiano cotante chiappe) non parleremo: infatti sono pura routine di fronte all’imbavagliamento del dissenso.  Invece di fare casino ed “oltraggiare” le istituzioni facciano come i biscazzieri ed ingaggino buoni lobbisti.  Amen.

Non parleremo neppure dell’azione dimostrativa anti-Tav a Bologna se non per segnalare che il meccanismo è lo stesso dell’incoraggiamento alle ludopatie: si ingnora il fenomeno simulando di non comprenderlo e qui rifiutando confronto e – magari – ripensamento.  Se non altro per togliere acqua a chi vuole nuotare.

Ma passiamo all’Apologo di Natale. Vent’anni dopo, ma non trattasi di Alessandro Dumas, bensì di piccole cronache italiane a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, quelle che soltanto il nostro Capo dello Stato (dovere d’ufficio?) archivia e proclama come una sorta di conquiste del “genio italico”, via di rinnovamento, orgoglio nazionale. A noi non sembra, anzi ci pare di riscontrare una decadenza inarrestabile che rode dal di dentro il Paese ed i suoi abitanti. Cioè noi.

Si vorrebbe forse che prendessimo sul serio la solita cagnara prenatalizia che chiude i lavori parlamentari prima di ferie certamente ben meritate… (ufficialmente varare la “legge di stabilità, cioè il bilancio ed una pletora di storiche “riforme” rinviate per decenni da chissàchi) e si intenderebbe farci ignorare come tutto ciò viene portato avanti: confusione, approssimazione, noncuranza per il superfluo (?!!) che si finanzia a piè di lista e l’essenziale che si cancella a colpi di voti elettronici e “fiducie” capitanate dalla leggiadra ministra Boschi (quella che sussurrava alle telecamere…). Eppure basterebbe poco per capire in che mani siamo e come poco o nulla possiamo aspettarci da manovratori scelti da chissàchi e chissàcome.

Prendiamo due giovanotti – per così dire – che incarnano il bipolarismo “Italian Style”, “à l’Italienne”: Matteo Renzi e Matteo Salvini (banalità dei nomi, una volta scomparsi non solo i Vittori, gli Amedei, il Primo, il Quinto, i Lupo e i Gianandrea ed in attesa dei contemporanei Brian, William, Hector e così via) le cui storie parallele di “formazione” illustrano come è stata creata l’attuale classe dirigente. Ebbene non di Università si tratta, non di tenaci sforzi di autodidatti e non della dura scuola del lavoro e/o dell’emigrazione dalla natia terra matrigna verso i lidi “esteri” più ospitali della tenacia e della creatività operosa e riconosciuta, bensì della geniale anticipazione (nelle loro fresche e capellute testoline…) del vero punto di partenza per chi non sia stato baciato alla nascita (anzi da una nascita privilegiata) dall’ordinamento sociale imbalsamato della cara Patria.

E che ti fanno i nostri due eroi?  Aggrediscono di petto e con sagace determinazione il mondo della comunicazione e della televisione, naturalmente di quella più idiota e più commerciale.  E così ecco il Salvini (prima dell’apoteosi a “petti nudo” – come le protestarie “Femen”  dell’amata Russia sulla copertina di “Oggi”) a “Il pranzo è servito”: anzi non ancora perché si era solo nel 1993 e cioè alla vigilia di spanciate leghiste di diamanti, barche, lauree fasulle e così via). Il giovane saputello di Rignano sull’Arno partiva invece già nel 1994 con il semi-ufficiale show del povero Mike Buongiorno “La ruota della fortuna” e se ne usciva con un gruzzolo per quell’epoca assai consistente e, soprattutto, con la consapevolezza di essere un vincente nato (più che meriti ed azioni per predestinazione). Magari di essere tale agli occhi lungimiranti dell’ingegner De Benedetti e dell’oriundo Marchionne: entrambi suoi – disinteressati? – fan.

Della deriva (trionfo?) di entrambi abbiamo parlato già a lungo e a questo punto preferiamo aspettare il 2015. L’anno in cui dopo il boom del Mose, delle alluvioni, della Cupola del Cupolone, potremo goderci lo spettacolo dell’Expo. Ed allora ancora ma chi guida questi treni ad alta velocità?

Infine vorremmo chiudere queste tristi note con una letterina di Natale ed abbiamo deciso di affidarla al solito Jorge Mario Bergoglio. E ad una sola sua frase (tratta dalla dura e dolce reprimenda natalizia alla Curia romana”): “si ricordino che il sudario non ha tasche” (per chi non lo sa il sudario non è una “t-shirt” non  è una maglietta da jogging o da corsa in bicicletta, ma è il candido lenzuolo in cui tradizionalmente si avvolgono i morti. A noi la frase ha fatto allegria. A voi?

Auguri

 

 

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