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18/12/2014

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Avana

Ero all’Avana nel giugno scorso (ormai alla quindicesima visita per motivi personali, anzi familiari, in poco più di un decennio) e nulla lasciava presagire (almeno a chi non fosse direttamente coinvolto nel negoziato tra Cuba e Stati Uniti con l’insolita mediazione del Vaticano..) la svolta “storica” annunciata ieri con le due conferenze stampa parallele di Barack Obama e Raul Castro (il Presidente-reggente dell’isola nel lunghissimo inverno di Fidel): anzi non proprio nulla perché era ben nota l’intensa collaborazione tra i due Paesi su materie apparentemente “tecniche” ed in realtà di sicurezza e stabilità nell’area caraibica.

Ci voleva un catalizzatore (che “togliesse i rottami dai binari” per usare la celebre espressione di Sergio Marchionne dedicata al giovane Renzi e ai suoi furori “innovatori”) e questo è uscito come il famoso coniglio dal cappello nella personalità più cosmopolita di cui disponga oggi il mondo e cioè José Mario Bergoglio, più noto come Papa Francesco. In verità i Pontefici romani sono sempre stati nel “Pantheon” protettore dell’isola caraibica il cui comunismo è sempre stato assortito di un interessato rispetto per la Chiesa romana. Certo non un caso considerato che Fidel vanta una formazione (tale e quale il remoto Stalin) assai clericale ed anzi gesuitica… al punto da essere salvato – nei suoi primi vagiti sovversivi e rivoluzionari – proprio dalla gerarchia cattolica locale. E neppure un caso, considerato il precedente della visita di Papa Woytila impegnato già nel gennaio 1998 (un secolo fa…) non soltanto nell’incontro tra due “integralismi” accomunati dalla durezza e dalla sostanziale noncuranza per la fragilità e la debolezza – i bisogni – umani. Infatti proprio Woytila aveva lanciato il famoso: “Cuba apra al mondo ed il mondo apra a Cuba”…).  Ci voleva un deciso “apriti sesamo” e questo lo ha fornito il “siamo todos americanos” pronunciato assai tempestivamente da Papa Francesco.

Cuba ne aveva bisogno per attrezzare una transizione meno traumatica di quanto non sarebbe accaduto (e può tuttora accadere come ovvia conseguenza dell’autocratico narcisismo fidelista: “après moi le deluge”) e Washington per dare (finalmente) una prova di una attitudine riformatrice e cooperativa. Insomma un piccolo punto dell’originaria “piattaforma” obamiama alla vigilia dell’uscita di scena per fine mandato.

Tutto bene quello che finisce bene? Così, così. Certo già nel giugno di quest’anno era visibilissimo lo “scongelamento” del Paese, le aspettative dei giovani, il riemergere dello spirito cosmopolita che aveva fatto grande (ancorchè “sporca”) l’isola, fermenti positivamente individualisti, aspettative di libertà e di definitiva “apertura al mondo” uscendo dal ghetto dell’”eccezionalità” cubana. Questo stato di cose Raul (da sempre immune dalla autoreferenzialità del fratello) lo sapeva bene. E sapeva bene che la parola d’ordine affissa in migliaia di pannelli in tutta Cuba “un mondo migliore è  possibile” veniva letta a rovescio. Cioè non l’imperativo di migliorare il mondo, gli altri (secondo un modello germinato come Minerva dalla testa di Giove), bensì coltiviamo la speranza (almeno…) di vivere noi meglio….

Ecco perché parlare di “caduta” di un altro Muro è una semplificazione mediatico o autoconsolatoria in una fase internazionale oggettivamente sinistra.  Tanto più perché – visto da Washington – piuttosto che rievocare a sproposito la Dottrina di Monroe del 1823 – il fatto nuovo si iscrive in un panorama consolidato di opzioni internazionaliste “nazionali”. Il precedente è la Cina non il riscatto post – coloniale del “Nuovo Mondo” in funzione anti-europea.  Perché la Cina? Perché la Cina – riconciliata nei primi anni ’70 del secolo scorso da Nixon-Kissinger – era il “piccolo fratello” degli Stati Uniti.  Almeno fino a quando da Paese alla ricerca del riscatto non è diventato un oggettivo competitore planetario.   Un altro punto di convergenza con il “caso cinese” consiste nel modulo di transizione: ok lo sviluppo delle forze produttive, ma come e per farne che? Dobbiamo aspettarci una Tiananmen per soffocare sul nascere la “democratizzazione”sul Malecon? Sono questi i dati che dovremmo considerare nel valutare la “svolta” e non la retorica dell’”ultimo muro” (ah, ah…).

E Cuba era – ed è – il “piccolissimo fratello”. E la “baia dei porci” (e perfino la crisi dei missili) un conflitto  da relegare in un passato da dimenticare. Chi vi si ostina (gli esuli maiamensi, gli ultrà repubblicani) sono fuori della storia. Né più né meno che quell’ex Ministro italiano (quello della mano “sul cuore” al suono dell’inno di Forza Italia, Antonio Martino) che tuonava a guisa del “ruggito del topo” contro il “macellaio dell’Avana”. Perché – nonostante tutto – Cuba va rispettata (come hanno fatto generazioni di Latino-americani) e non tanto i fratelli Castro, quanto un intero Paese.

Un obbligo morale (per noi) che ci richiama ai tristi tempi in cui vive il nostro di Paese.  Affondato ed irretito da una post-modernità (senza modernità) vuota e velleitaria, immerso in una ingiustificata autocelebrazione proprio quando sarebbe il tempo di una fin troppo rinviata autocritica, di una vera e propria palingenesi morale e culturale. Cosa invece ci viene proposto? Un ennesimo – fuori tempo massimo – “tutto va bene madama la Marchesa”.

Esemplare al riguardo il discorso del Capo dello Stato che, beneaugurando alle Alte Cariche dello Stato (sic), confermava che il suo successore si trovava tra i “presenti in sala”: ovvero – detto in altri termini – tra i responsabili (in quanto dirigenti da mezzo secolo) della condizione miserevole in cui si trova oggi il Paese ed i suoi sfortunati abitanti. Ignorata la crisi, ignorato il vuoto modello di… decrescita, ignorati i primati negativi (primo fra tutti quello della corruzione criminale e morale), ignorato lo svuotamento di valori ed aspettative, ignorato il primato della più tronfia retorica (quella che una volta si sarebbe definita “patriottarda” ovvero l’’opposto di patriottica ed identitaria).

E cosa restava?  La conferma che il futuro sarà – per quanto valga l’auspicio della nomenklatura – dello stesso squallido segno del recente passato. La risposta (“piazze” criminalizzate a parte) è quella di una massiccia emigrazione (dovunque…) dei giovani migliori e l’apatia mediaticamente pilotata delle generazioni più anziane. O le illusioni fomentate da tribuni d’operetta telematica. Esempi? L’Expo non va, mi invento le Olimpiadi e magari le affido agli stessi dei Mondiali di nuoto… Roma è dentro uno strutturale sistema corruttivo “bipatrisan”, creo il “moralizzatore” di Stato…

E così via in un instancabile minuetto avvitato su sé stesso. Mortifero.

Altro che Muro, altro che muri.  Fino a quando?

 

 

 

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