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11/12/2014

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Chissà perché ma il discorso del Presidente Napolitano tenuto ieri nella prestigiosa sede dell’Accademia dei Lincei (uno dei pochissimi templi della nostra patria intelligenza) ci ha richiamato alla memoria uno dei testi fondamentali del secolo scorso: l’allocuzione radio dell’Imperatore del Giappone Hirohito tenuta il 14 agosto del 1945. Un evento insolito (mai un Imperatore si era direttamente rivolto ai suoi sudditi che infatti non ne conoscevano né la voce, né la lingua così  diversa dal lessico corrente) e – al tempo stesso – un evento realmente “storico” che chiudeva uno dei conflitti più sanguinosi nella storia dell’umanità e cioè la Guerra nel Pacifico e – al tempo stesso – registrava la mostruosità delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki .

Il discorso – una volta compreso il suo significato profondo e nelle implicazioni immediate (accettazione della sconfitta e ruolo futuro del Paese) e sfrondato della sua aulica nobiltà – determinava una svolta nelle relazioni internazionali destinata a durare un cinquantennio.  Dunque resa alla schiacciante superiorità bellica degli Stati Uniti, ma non rinuncia né a tentare una giustificazione, né a disegnare un futuro di mutua cooperazione ed un ruolo pacifico per il Giappone.

Incontrando a Tokio l’anziano monarca un quarto di secolo fa per dovere professionale, chi scrive ne riportava una sensazione di immensa dignità e cioè l’esatto contrario della caricatura sanguinaria divulgata dai vincitori.  E, allo stesso modo, ancor oggi il suo (primo ed unico) discorso contiene elementi vitali (come l’ammonimento per il rischio di annichilimento della nostra specie legato alle armi nucleari) o come il sincero rispetto per il proprio popolo di “sudditi fedeli” ed anche un abbozzo “precettivo” del che fare? Certo: un testo d’altri tempi, ma capace di determinare un orientamento collettivo, di canalizzare energie e volontà positive.  Per non dire altro…

Tornando all’Italia, Dispiace dire ma intendiamo dirlo (anche grazie al riconoscimento esplicitato mesi or sono dallo stesso Presidente Napolitano della libertà di parola che – se non altro – esiste in Italia) che – a parte la cripticità del discorso – ben poco si trova di condivisibile in un testo che verosimilmente doveva costituire un legato dei – fin qui – nove anni al vertice e al servizio del Paese.

E neppure le successive delucidazioni, il fare sia pure garbatamente nomi e  cognomi, ci libera dalla spiacevole sensazione  che il discorso presidenziale (al contrario appunto della voce tremolante di Hirohito) ritenga gli italiani colpevoli della crisi (e soprattutto del suo incistarsi) e non la classe dirigente e specificamente la nomenklatura politica. Il violento attacco all’”antipolitica”, equiparata ad una “sedizione” oscura l’evidenza (certificata dalla stessa Corte Costituzionale) che i cittadini italiani sono retti da un sistema politico che invece di recepirne volontà o bisogni e di offrire orientamento e proposta li distoglie in una querelle senza fine che mira solo alla loro auto-conservazione.   Peraltro, il tasso di astensione elettorale che – ormai – veleggia verso il 50% non dimostra né indifferenza, né sedizione bensì l’amara consapevolezza che una via di soluzione all’interno di “questa” politica è impossibile. La stagione dei demagoghi e degli “sfruttatori della democrazia” non è stata aperta né da Grillo, né da Salvini, bensì dalla supina accettazione da parte dei politici “professionali” della discesa in campo di un affarista alla ricerca di protezione per i suoi affari. Non una voce venne da loro in difesa della dignità della politica, della storia, delle lotte, delle idee di milioni di persone. Viceversa cercarono di omologare, costituzionalizzare,  un’esperienza che cancellava con un tratto di penna qualunque idealità e valore (passato, presente, futuro) della politica. Berlusconi, che non si era peritato di trasformare in “partito” la sua società pubblicitaria (solo cambiandole nome e denominandola in modo consono al tasso massimo di idiozia), se ne fece beffe delle attenzioni rivoltegli, mentre loro proseguivano instancabili nella follia (tatticamente proficua…) di un  bipolarismo di fantasia e castratore (altro che Salvini e la sua auspicata “castrazione chimica”) della volontà popolare, della dialettica democratica, della partecipazione dei cittadini. Il desolante panorama attuale nasce da lì, non dall’antipolitica, né tanto meno da una sorta di qualunquismo populista che il Presidente sembra attribuire ai suoi concittadini.

Infatti, benchè alluda a Grillo e a Salvini e ai movimenti politici da costoro diretti, Napolitano finisce per confondere l’evidente – nonché radicata ed ampiamente giustificata soprattutto in questi giorni, settimane e mesi – avversione a questa classe politica con una non meglio precisata “antipolitica”. Di più, dietro la dignità formale dell’allocuzione,  sembra affiorare il vizio italico di criticare non già i ladri, bensì i denunciatori dei medesimi…

A questo punto è del tutto inutile ricordare ancora una volta l’effetto paralizzante e di caos prodotto da un così protratto inceppamento dei meccanismi costituzionali della rappresentanza, unito alle storiche (e nuove) distorsioni dei rapporti partecipativi nonché dei parametri regolatori di una vita sociale e di relazione con le Istituzioni minimamente equi.

Forse, anziché ammonire, il Presidente avrebbe potuto più utilmente tentare – come Hirohito – una qualche giustificazione e al tempo stesso augurare agli Italiani (attraverso i Lincei): Buona fortuna.

 

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