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28/11/2014

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bergoglio aereo turchia

No, non è vero che Roma non abbia una politica internazionale: c’è chi la fa proprio partendo dal nostro disastrato “Caput mundi”, ma non dalla Farnesina o – men che meno – da Palazzo Chigi quanto piuttosto da un minuscolo Stato serrato tra il quartiere ex proletario di Trastevere e quello (borghese?) di Prati e cioè l’enclave ancora un po’ misteriosa del Vaticano.

Da lì parte oggi ancora una volta il “nostro” diplomatico principe e cioè l’italo-argentino Mario Bergoglio, diretto questa volta verso la musulmana (ed occidentale…) Turchia.  Vero è che il Primo Ministro italiano preferisce le cene con cristalleria (altro che pizza…) e “belle” neo-ministre avendo come ospite “d’onore” il più discusso “ex” sulla piazza europea e cioè l’ambiguo – e a lui così simile – Tony Blair.   Anche vero che l’ottimo neo-Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (che stimiamo e a cui vogliamo bene…) sta riassettando vari dossier provocati da noi stessi (es.: il caso dei marò trasformati con la bacchetta magica italica da militari poco competenti in eroi nazionali da coccolare e vezzeggiare), ma rimane il fatto che la nostra politica internazionale rimane per più versi una cenerentola e non un asset da esplorare e valorizzare.     Ma questo richiederebbe una riflessione che è incontestabilmente al di sopra delle facoltà di questo Governo.       Arrivato in dirittura finale il semestre di Presidenza europea (già preventivamente “spacciato” come storico, imperdibile occasione, luogo di innovazione e rilancio contro il declino europeo) si riaffaccia il consueto “buco nero” della Farnesina ormai definitivamente ristretta alla magica “unità di crisi” destinata al “salvataggio” di connazionali malaccorti o, semplicemente, ignari che il vasto mondo è un luogo pericoloso.

Quanto al lavoro “vero” in difesa degli interessi nazionali e della cooperazione internazionale, l’idea-guida è sempre la solita: facciamolo fare agli altri e cerchiamo di non disturbarli troppo né a Washington, né nella sempre più influente (da noi, presso il “furbo” Matteosubito) Tel Aviv.

Che sia furbo non c’è dubbio, visto come ha barattato la ritrovata “indulgenza” verso il boss dell’UE il lussemburghese Juncker (già reo di marachelle fiscali palesemente contrarie alle “regole” comunitarie) con l’approvazione della nostra disastrata Legge di stabilità (“Finanziaria”): Renzi l’aveva detto: anche lui è un “politico”, ci si può intendere.  Detto, fatto.

Peccato che lo stesso Renzi proprio oggi ha tonitruato contro i “furbi”: “il loro tempo è finito”. Ma a chi mai si riferiva?

Ma torniamo a cose serie e, dunque, spostiamoci – come si dice – Oltretevere ove Papa Francesco (con l’immancabile valigetta a mano in cui non dovrebbe custodire le chiavi dell’Apocalissi nucleare, ma qualcosa di più utile e personale…) cerca di mettere mano non solo ad un’intesa con la Turchia sempre più geopoliticamente importante alla luce della contiguità con il nocciolo duro jihadista.  Francesco sembra ritenere che non ci sia salvezza per i Cristiani d’Iraq e di Siria senza dialogo ed una qualche distensione per tutte le minoranze ed ovviamente all’interno del sempre crescente conflitto inter-islamico.     Una missione disperata e perciò irresistibilmente attraente per questo Papa (anzi questa constatazione dovrebbe finalmente aprire una riflessione sull’“eroismo” del suo predecessore che – più che un antagonista del socialismo reale e dell’URSS – ha storicamente agito come un artefice della desiderata eutanasia del modello sovietico, senza minimamente preoccuparsi di cosa sarebbe successo nel mondo dopo l’archiviazione dei “rossi” ed anzi quasi stupendosi della piega amorale del post-comunismo).    Un metodo opposto a quello di Bergoglio che – senza enfasi – coglie (se possiamo permetterci un’opinione…) la necessità di ossigenare moralmente ogni iniziativa, ma di fare i conti con le realtà per quanto negative o perfino ripugnanti, in breve di avere uno sguardo che noi definiremmo laico ma soprattutto umanista.   Una sofisticatissima semplicità e, soprattutto, niente “muro contro muro” come nella vocazione “guerriera” di Woytila che anzi la spinse anche all’interno della Chiesa con il tristemente indimenticabile episodio della cacciata fisica di uno degli esponenti latino-americani della Teologia della liberazione, prostrato ai suoi piedi per il bacio dell’anello e da lui spinto via in malo modo.

Come sia finita questa crociata – per i Cattolici e per tutti noi – lo vediamo ogni giorno.

Tornando alla missione turca, anche se limitata per sicurezza negli incontri sul “terreno” o tra i profughi (come avrebbe voluto Bergoglio), possiamo solo anticipare che questa riempie il vuoto causato dalla protratta reticenza europea nei confronti dell’adesione UE della Turchia: un riconoscimento di ruolo, un tentativo di avviare un dialogo aperto al futuro e non a riattizzare odi vecchi e nuovi quanto piuttosto a ricercare un qualche terreno comune.      E non va dimenticato che in questa stessa “area” anche Washington – partendo dal dialogo “nucleare” con Teheran – sembra approfittare delle finestre d’opportunità aperte dal nuovo gruppo dirigente iraniano.   Il tutto è ampiamente giustificato dalla difficoltà di una estirpazione “militare” dell’ISIS.

Altra questione – e non minore – è quella delle convergenze che potranno essere realizzate con un Erdogan la cui deriva autoritaria e di restaurazione (perfino pre-Ataturk…) si accentua di giorno in giorno.  Come nel caso dell’“inferiorità” femminile…   Ma, d’altro canto, anche qui la sola via che non funzionerebbe è quella del confronto.  O quella dell’anatema magari condito di irrisione..

Ed allora buon viaggio al Papa e buon divertimento a Matteosubito e alla sua crociata oratoria contro i furbi.   Davvero questo è il secolo del masochismo!

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