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14/11/2014

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Gli operai delle acciaierie di Terni, bloccano a Orte l’asse autostradale Nord-Sud del Paese attuando la sola azione apparentemente in grado di sbloccare una vertenza sindacale: si conferma così che la classe operaia esiste ancora, e così i – già “temibili” – metalmeccanici.  D’altro canto non tutti gli italiani possono fare gli operatori di borsa, gli “inventori” di “start up”, ovvero – men che meno – gli animatori della Leopolda o i fattorini della pizza notturna di “Matteosubito” a Palazzo Chigi.

Sul secondo episodio dei giorni scorsi, ovvero l’elegante e dotta escursione del mega-Governatore della BCE Draghi all’Università di Roma e delle (provocate, meritate?) randellate agli studenti torneremo oltre perché qui c’è il nodo di una classe dirigente oggettivamente inadeguata al Paese e carica di responsabilità da cui sa solo fuggire… Dietro la “guerra dei poveri” in corso nel quartiere periferico di Tor Sapienza, non c’è solo violenza e conflitto, bensì un nodo irrisolto lasciato arrivare a purulenta esplosione.

Ed infatti il Paese sta in queste ore vivendo – in quella Roma magniloquentemente e stupidamente definita “Roma Capitale”, come non lo si sapesse… – una vicenda esemplare della disgraziata condizione che investe tutta l’Italia.  I casi singoli già abbastanza violenti ed impuniti – su tutti i lati, tra tutti i gruppi etnici – coinvolgono il fatto nuovo delle caratteristiche multirazziali di una società che da un lato è ormai imbozzolata ed ha raggiunto un tasso di iniquità sociale senza precedenti e, dall’altro, vive il fenomeno globale delle migrazioni (non più solo quelle dei capitali, ma anche – ahimè, ahiloro – degli uomini)   Il tutto avviene in una condizione che il Paese conosce da tempo corruzione, pervasività burocratica, ignoranza pura e semplice dei cosiddetti “megatrend” che un Paese allevato nel mito del “cappuccino e cornetto” o della salvifica pizza non è minimamente preparato ad affrontare.

Il problema è che la cosiddetta “classe dirigente” è ancora meno preparata del cittadino qualunque.   Il mix italiano di botte e paternalismo, di largo al “furbo e al mariuolo” sta crollando in un caos generalizzato  in cui gli unici a credere di “fare qualcosa” sono quelli che hanno determinato l’attuale stato di degrado ed incompetenza.   Prendiamo Roma, al cui vertice si è catapultato un chirurgo in pensione – più americano che italiano, figuriamoci romano – totalmente ignaro di dove si trova e cosa sta a fare.   Una macchietta col caschetto da ciclista “politically correct” (senza offesa) che i capi romani del vecchio (e il nuovo?) PD hanno pompato e proposto come un salvagente rispetto ad un fascista dichiarato che – almeno – era ritenuto di conoscere (avendole “battute” a suo tempo nelle sue spedizioni sediziose) la più grande città d’Italia…

Così il tutto si riduce ad un – impossibile – compito di ordine pubblico.   E quanto alla sapienza sociologica del Ministero degli Interni e dei superfetati organi di polizia i risultati sono sotto gli occhi di tutti.   Altro che “piramidi delle età” tra le rive contrapposte del Mediterraneo, tematiche dell’asilo e diritti umani internazionali…  In breve finché il problema era circoscrivibile alle acque, alle isole e ai cimiteri marini, si poteva “far finta di niente”.  Ora non più.   Vediamo che farà Matteosubito, attualmente in tour planetario.   Mentre il duo Boschi Finocchiaro porta avanti il loro (e suo, del Premier) “dirty job” parlamentare.  Santificato dall’incontro con il “pensionato” di Stato Berlusconi Silvio.

Certo c’è una risposta a tutto questo stato di cose e le sessanta manifestazioni (studenti, operai, ceti subalterni) in tutta Italia di questa mattina dimostrano che il nodo non è la violenza, le tensioni interraziali, l’abbandono delle periferie, ma piuttosto la totale caduta di consenso – e l’assenza di ogni credibile e complessiva proposta – che pervade il Paese.   Oltre a Renzi, è tutta la nomenklatura politica a non volerlo capire, imbozzolata e “protetta” come è da un sistema mediatico fatto a sua immagine e somiglianza…    Con l’avvilente risultato di generalizzare l’orrenda ed inverosimile sintesi: “tanto non c’è alternativa”….      Una sintesi che potrebbe accontentare un più che ottuagenario Capo dello Stato, ma non un Paese ancora minimamente vivo.    O soddisfatto del tradizionale: “io speriamo che me la cavo”…

Ma se per le larghe masse (maggioranze…) questo è l’unico sfondo reale, per qualcuno questo è un mantra di cui non possono che rallegrarsi, essendone gli artefici.    Un esempio lo si è avuto con la “franca” allocuzione di Draghi a Roma 3 (con qualche impudenza dedicata ad un economista galantuomo quale fu il povero Federico Caffè).    Draghi ha preso di petto (per una volta) la questione, spiegando all’uditorio che la supposta “perdita di sovranità” determinata dall’euro e dai vincoli UE non è un’ipotesi, ma affonda e si radica nel debito.  Insomma non si può perdere ciò che non si possiede…Esclusa così a priori una visione “costruttiva”, globalista in senso integrativo, cooperativo e cosmopolita dell’integrazione europea, non rimane che la constatazione che il trentennale smantellamento del settore pubblico (donato ai privati amici o da farsi amici e “compensato” con ridicoli incrementi di cassa ) ha prodotto soltanto crisi (il professor Draghi non lo ha detto, ma lo vediamo da soli…) ed una lievitazione del debito che si diceva di voler ridurre. Cioè vinti ed incatenati.

E chi lo ha fatto?   Se non chi ha condotto una massiccia campagna di privatizzazioni (come durante la fantastica “crociera” sullo Yacht reale Britannia di cui lo stesso Draghi fu ospite con il Gotha capitalista planetario, o meglio occidentale…)? Del resto, Draghi, che a poco più di trent’anni era già stato promosso al rango (solitamente gerontocratico) di Direttore Generale del Tesoro della Repubblica italiana (chi scrive ricorda di avere visto questo atletico giovanotto  arrivare come neofita a varie riunioni istituzionali internazionali).  Seguiva uno zig zag “pubblico-privato”, (es, come vice Presidente della nota compagnia benefica della “Goldman-Sachs”)  che – se appena comprensibile all’indomani del pensionamento – lo è assai meno in un via vai il cui gli interessi pubblici nazionali entrano in un calderone guidato da ben altri principi.

Questione morale fuori moda?  Coerenza di principi?    Il punto non è neppure questo.  Quanto constatare che hanno di fronte ciò che hanno voluto e cioè trasformare l’autonomia in dipendenza, ridurre la dialettica sociale (e salariale e di mobilità tra masse e Paesi..) a pura ed evidente  subalternità. A chi?   Ebbene questa è la grande questione… e più che risolverla, basterebbe porsela.

E, dunque, al “Sindaco” Marino non resta che la parte della “ciliegina” sulla torta.   Auguri.

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