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12/11/2014

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Nulla meglio del raffronto tra il sobbollire purulento del “caso” Juncker nell’Unione Europea e della divaricazione tra le percezioni europee (praticamente tutte e favore di uno “Stato” palestinese – come testimoniato dalla recente presa di posizione di Federica Mogherini a nome dell’UE – ed il chiuso oltranzismo de Governo Netanyahu) senza contare l’assai concreto spettro dell’ISIS: raffronto appunto con ciò che è accaduto in questi giorni a Pechino con la riunione al vertice dei 21 Paesi Membri del’APEC per capire che il centro geopolitico del pianeta si è visibilmente spostato dall’Atlantico al Pacifico.   Quella che un quarto di secolo fa era poco più che un’anticipazione ed una linea di tendenza (“l’era del Pacifico”) si conferma oggi come una nuova edizione dell’Atlante mondiale.  L’antica “periferia” del sistema è diventata – o sta concretamente diventando – il punto focale del futuro, del futuro di tutti.

Viceversa la “periferia in cui noi ci troviamo” – ad un tempo stagnante ed esplosiva – ha definitivamente cessato di essere il luogo a cui guardare per capire “dove va il mondo”, o il luogo dove bisogna essere.   Salvo forse per quanto attiene  l’industria del lusso o il “deposito” culturale dei secoli passati…   Il nuovo – che piaccia o meno, che lo si sottoscriva o lo si rifiuti – è altrove.   Tanto altrove che il rappresentante di quella che per un secolo è stata la sola Potenza realmente planetaria – gli Stati Uniti – sembrava a Pechino come un ospite un po’ a disagio e certo non come un “messaggero” di forza o tanto meno di futuro.

La rigida ed obbligata (ma voluta da entrambi) stretta di mano tra il Presidente cinese Xi Jinping  ed il Primo Ministro nipponico Shinzo Abe (rispettivamente leader della seconda e terza Potenza economica al mondo) è stata non soltanto una pausa nella simbolica disputa sulle Isole Senkaku (e di ciò che resta del sanguinoso confronto del passato) quanto piuttosto un’anticipazione di una possibile intesa che rimane scritta in un più antico passato fatto di mille legami e comunanze.   Si pensi soltanto ai soggiorni di studio in Giappone all’inizio del 900 di tanti artefici della “nuova” Cina (come il mitico Zhou Enlai…): un precedente storico oggi forse più attuale della febbre militarista che invase il Giappone nella prima metà del secolo scorso.   Un militarismo che lo condusse alla catastrofe, né più né meno della fiducia post-bellica che la “chiave” del primato fosse all’interno della supremazia economica su scala globale.  Un’illusione consolatoria risoltasi, come noto, nel “grande vuoto”  che avvolge il Paese del Sol Levante, ormai relegato nel ruolo di “convitato di pietra” dell’Occidente (nel cuore dell’Asia…) da oltre un quarto di secolo.

Nello scenario dell’APEC di Pechino (esempio perfetto di “coesistenza” tra multilateralismo ed arrogante unilateralismo di Stati “nazionali”) gli altri due protagonisti – Obama e Putin – risultavano come “ospiti” non particolarmente graditi, benchè entrambi geograficamente legittimati alla partecipazione. L’uno racchiuso nel bozzolo del biennio “bianco” dell’Amministrazione statunitense contrassegnato dalla recente sconfitta elettorale di Obama e ristretto in un’agenda (commercio, ambiente, riduzione delle emissioni di gas e – sullo sfondo – diritti umani e così via) “minuta” e palesemente al di sotto delle mega-strategie.

L’altro alla ricerca di una convergenza (già “testata” oltre mezzo secolo fa con l’infelice missione moscovita del Presidente Mao…) che potrebbe “compensare” le frustrazioni che Mosca riceve dallo schieramento “atlantico” restituendole – se non altro – un precario ruolo “globale”.   Un’intesa bilaterale che – almeno per ora – Pechino non ha alcun interesse a sviluppare sostanzialmente, accontentandosi di impegnarvi una minuscola frazione del suo potenziale di gioco ormai rivolto  ad una strategia di consolidamento globale e – se mai – di pieno riconoscimento della supremazia anche militare in quella porzione del Pacifico  storicamente denominata come “Mar della Cina”.

Alla riunione dei “grandi” dell’APEC farà immediatamente seguito la riunione dei dieci “piccoli” Paesi dell’ASEAN (Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Tailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar, Cambogia), un’ Organizzazione regionale (Asia orientale meridionale, come recita il suo acronimo) che in quasi mezzo secolo (fondata nel 1967) ha – oltre alla grande performance economica e alla consistente stabilità politica – dimostrato che la “leggerezza” dell’impianto istituzionale non impedisce, ma anzi favorisce l’integrazione regionale.    Il contrasto con il pervasivo “istituzionalismo” dell’Unione Europea non potrebbe essere – per noi europei – più concretamente negativo.   Proprio oggi che l’euroscetticismo affonda le sue radici anche nella consapevolezza che l’Unione ha 28 membri “più uno” (la Commissione): un “conundrum” (vedasi) autoprodotto che sembra irrisolvibile.   E che – pur riconosciute le ovvie differenze tra una Federazione (sia pure “prospettica”) ed un’Associazione di Stati sovrani – non può che giocare a favore dello smilzo gruppo di un centinaio di funzionari riuniti nel Segretariato permanente ASEAN nella modesta sede di Jakarta…

Bruxelles (e la Francoforte dell’euro…)  stanno infatti all’altro capo del noto principio “piccolo è bello”….   Naturalmente per non parlare del mostruoso (ed omicida, almeno quando piove, ma non solo…) apparato politico-burocratico di uno Stato nazionale come l’Italia.    Un moloch che ha favorito ed accompagnato la decadenza (non la crescita, né tanto meno la felicità…) dei suoi abitanti.   Nella vana attesa che ne possano e sappiano diventare i cittadini.

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