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05/11/2014

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Obama Lame Duck Plate

Con una starnazzata finale entra nel suo ultimo scorcio lo “storico” semestre a Presidenza italiana dell’Unione Europea: la rissa tra il Presidente della Commissione Juncker e “Matteosubito” sigilla uno dei periodi più oscuri di un processo che – da appunto storico – è diventato una sorta di guerra di trincea che non prevede vincitori ma soltanto sconfitti e soprattutto la sconfitta di un progetto che non soltanto sembrava irreversibile, ma – soprattutto – costituiva l’ultima speranza per non cadere nell’irrilevanza globale.   Il “focus” asiatico (con il “testimone” passato dal Giappone alla Cina ma anche all’India, all’Indonesia e all’ASEAN nel suo complesso) ormai fa i conti con le Americhe (del Nord ma – ormai – anche del Sud) e – perché no – con l’Africa, il solo continente con una sovrabbondanza di risorse.  In breve un’accelerazione nella nuova mappatura della globalizzazione.   La centralità europea (da tempo più immaginaria che reale) deve oltre tutto assistere non a rinnovata progettualità bensì a risse da pollaio.

Il Premier italiano ha pensato bene di trasferire il suo stile provocatorio e fanfarone (quello che ha facilmente ipnotizzato le “amebe” post-comuniste decotte nella contemplazione della loro trasformistica e non meritata “vittoria”) nella rocciosa Bruxelles.   Al solito, ha confuso la storia e la buona educazione come un mix di anticaglia e fragilità conservatrice.   La dura risposta di Juncker – “.. non siamo una gang di burocrati e se lo fossimo sarebbe stato peggio per voi …” – ha ridotto Renzi alla stantia replica: “pretendiamo rispetto…”.  E perché di grazia?

Sintesi.  La strombazzata “grande occasione” europea per l’Italia si avvia a passi da gigante all’inevitabile sgonfiamento.  Altri ne seguiranno.  Parola di “gufi”.  Gufi che non credono che il “santo manganello” sia esportabile e neppure che ci siano orecchie fuori dall’Italia disposte a credere al coretto di prezzolati corifei orchestrato dalla macchina di propaganda renziana.

Nel frattempo negli Stati Uniti le elezioni di “Mid-Term” hanno registrato la prevista avanzata del Partito Repubblicano che ha conquistato la maggioranza anche al Senato (dopo quella alla Camera dei Rappresentanti).   Un fenomeno classico nella storia politica nord-americana e che costituisce una sorta di “azzeramento” nella prospettiva delle elezioni presidenziali del 2016: in sostanza è come se si ripulisse il meccanismo del bipartitismo per ringiovanirlo e poi testarlo nel confronto a due per la scelta del nuovo leader di quello che una volta si chiamava l’“Occidente”.     Anzi – sia detto a margine – l’insulsaggine dell’importazione in Italia di questo modello consiste nel fatto che la nostra “nomenklatura” è tutta solidale (vedasi da ultimo il Nazareno e i suoi inconfessabili accordi) e non alterna proprio niente.  Ma niente.

E, comunque, il voto negli Stati Uniti non segnala tanto una “sconfitta” di Obama (certo più abile nell’economia e nella fuoriuscita dalla crisi degli spompati dirigenti europei dal grigio Hollande alla banda italiana del “Dream Team” costituito da Monti, Letta e Renzi) quanto l’allergia degli elettori-cittadini americani per il metodo, la filosofia della loro “sinistra”.   Al riguardo un aneddoto di chi scrive.  Alla domanda rivolta ad un esponente conservatore dell’Amministrazione statunitense su come si fosse acconciato all’Amministrazione Obama, questi rispondeva – dopo un “Ok. No problem” di prammatica – con l’ineccepibile constatazione che al decisionismo repubblicano (almeno chiaro…) si era sostituita una prassi “democratica”  fatta di “istruzioni” a due o tre “corni”, rinvii, consultazioni, allontanamento dalle responsabilità.     Non soltanto questo sintetico giudizio vale anche per il nostro Paese (almeno fino al declaratorio decisionismo renziano…), ma ci anticipa le scarse possibilità di successo di un’eventuale candidatura presidenziale di Hillary Clinton.   Una vestale del “Politically Correct” versus il pragmatismo americano.      Quanto alla fase finale della Presidenza Obama, questa non dipenderà tanto dalla sindrome dell’“anatra zoppa” (dopo la prevista sconfitta di ieri), quanto dal set di eventi internazionali in tumultuosa ed imprevedibile accelerazione  e dall’opportunità che questi gli offriranno di realizzare una piccola porzione di quel che resta dei suoi “sogni nel cassetto” .

Da noi vige invece il mantra (autorevolmente sponsorizzato) del “non ci sono alternative”.  In buona sostanza una condanna all’ergastolo (quello “speciale”, irredimibile) per cittadini-sudditi interdetti dall’esprimere giudizi ed aspettative, perfino esclusi dall’impegnarsi in un ipotetico sforzo nazionale di risanamento e rilancio, di “purificazione” ed autopurificazione.  Cioè di quello che solo potrebbe portarci fuori da una crisi non congiunturale (cioè non nata nel 2007 ma vecchia di decenni se non di quasi due secoli e indietro, indietro fino alla Controriforma) che non dipende dai soli fattori finanziari e/o internazionali ma dalla nostra storia.   Non di spread si tratta ma piuttosto di Cucchi e Aldrovandi, di Scajola e Bertolaso, di Fabrizio Corona e (salendo o scendendo, a seconda dei gusti) di Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano.   Fino all’ultimo arrivato – quello de “Il futuro è solo l’inizio” – ….  E “non vado a Bruxelles con il cappello in mano”.

Ma Matteosubito non è solo.   Al suo fianco ce ne è perfino uno (Dario Franceschini, cosiddetto Ministro per i Beni culturali) che vuole ripristinare l’arena dei gladiatori al Colosseo….  Vi si affronteranno (nei rari giorni senza partite di calcio…) immigrati africani, disoccupati nostrani, metalmeccanici scampati al “santo manganello”.    Viva l’Italia.. che tutto il mondo invidia…

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