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29/10/2014

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La giornata di ieri non ha segnato una nuova tappa nel cammino glorioso della democrazia nazionale bensì un assai prevedibile passo avanti del caos in cui si trova – non da oggi – il Paese.   Ci riferiamo al nuovo exploit di quello che voci isolate hanno – giustamente – definito il processo “storiografico” sulla ipotizzata “trattativa” Stato/mafia” degli anni ’90 del secolo scorso.    Dicono le cronache e le anticipazioni affidate alla parola degli avvocati dei boss (in attesa della pubblicazione dei verbali della deposizione del Presidente Napolitano…) che il Capo dello Stato avrebbe confermato il sanguinoso “ricatto” mafioso ed escluso qualunque accordo.  Punto e accapo.

Dunque – poiché i fatti si collocano nel lontano 1993 -più che ad un processo per “fare giustizia” assistiamo ad una disputa tra “storici”.  Esattamente quello che – non da oggi – Napolitano ha sempre dichiarato non essere di sua competenza.  Si ricorda infatti che quando divenne Ministro dell’Interno (secoli fa) escluse di intervenire sui “misteri” pregressi del Paese (e custoditi negli armadi del Viminale) ritenendo suo compito la direzione politica del Dicastero.   La buona grazia dimostrata verso la “trasferta” dei giudici e degli avvocati dei mafiosi da Palermo a Roma è dunque un regalo all’opinione pubblica.  Che ha peraltro ben altre gatte da pelare.   E forse anche lui.

E tanto basti, magari aggiungendo che quel 1993 precedeva il 1994 della discesa in campo di Berlusconi a sua volta “via Dell’Utri” vicino alle cosche.    O anche che l’aver mandato a morte a Palermo il Generale Della Chiesa (1982) costituisce colpa ben più grave di quelle su cui ancora si discetta dimenticando forse che la “dialettica” (chiamiamola così…) con la mafia esiste in Italia dall’epoca di Garibaldi.  Per non parlare dell’occupazione americana dal 1943, dal colonnello USA Charles Poletti e dal gangster italo-americano Lucky Luciano, “autori” del più famoso “patto” Stato/Mafia dell’epoca contemporanea.    Si pensi soltanto che i “separatisti”  dell’epoca sognavano di fare della Sicilia un nuovo membro degli Stati Uniti. Dopo tutto lo sono poi diventate le Hawaii che distano da Washington forse di più della Sicilia.

Per farla breve, ci si permetta di suggerire che – più che scoprire per l’ennesima volta l’“acqua bagnata” – si potrebbe intervenire oggi (e non tra un quarto di secolo) sul marcio che affiora di giorno in giorno nella vicenda Expo di Milano 2015.  Le notizie del giorno sono quelle dell’ingresso delle cosche e della “ndrangheta” nel grande banchetto che – ormai è chiaro – era il vero scopo dell’operazione.  La questione è molto semplice: al primo scoppio degli scandali e ai primi arresti, l’iniziativa (già cervellotica) andava cancellata con tante scuse a Smirne (il competitore di Milano per la data del 2015).     Bastava una semplice giustificazione: le Expo sono la consacrazione mediatica del raggiunto sviluppo di un Paese (in Francia alla fine dell’Ottocento, la torre Eiffel…): l’Italia non ne ha bisogno.  Auguri alla prima candidatura “islamica” (cioè Smirne) e di un Paese appena sviluppato ed amico.     Risposta: manco morti.   Quegli appalti, quei grandi lavori servono al nostro “sistema”.   E purtroppo grazie anche agli sforzi della nostra diplomazia “vincevamo” al Bureau delle Esposizioni (il BIE con sede a Parigi da quasi un secolo).  E adesso?  Adesso ci prepariamo (?) ad un’ennesima farsa nazionale: sipari di cartapesta, propagandisti reclutati in extremis in “campo avverso” (es.: Vandana Shiva e ecologisti gastronomici…), manciate di retorica sull’Italia che tutto il mondo “invidierebbe”.  Renzi dixit. Difficile pensare che il giudice moralizzatore Cantone (impegnato, come è, a concionare lo scelto pubblico della Leopolda) ripulisca angolini, e angoloni, del puteolente circo dell’Expo….

D’altro canto questa dell’illusionismo mediatico si è già affermata come la “cifra” della politica estera renziana: dopo il “successo” della candidatura europea della Mogherini attendiamo di giorno in giorno una nuova “sorpresa” al vertice della Farnesina: C’è da immaginare che qualche “cacciatore di teste” milanese stia preparando un nome in grado di offrire a Matteosubito una buona occasione (auto) pubblicitaria.   Che il Neo (o, meglio, “Nea”) Ministro sia in grado o no di recuperare la Farnesina dal disastro in cui l’hanno lasciata i vent’anni della restaurazione e della controriforma (risparmiamo i nomi di Ministri e Segretari Generali degli ultimi vent’anni per carità di Patria…) importa molto poco.  Ciò che conta è potersela vendere..

Tanto, infine, la politica estera italiana è sottoposta ad un processo di liofilizzazione e di sostanziale indifferenza (dossier europei a parte…).   L’ultimo “caso” è la disinvoltura con cui gli Stati Maggiori statunitensi usano l’Italia  - e il Veneto – come “retrovia”, anzi (così tuona il leghista Zaia) come “lazzaretto” per i reduci della operazione Ebola in Liberia.    D’altro canto Renzi rifiuta Craxi come proprio antesignano (meglio un bouquet che include tanto Berlinguer – chissà perché – e il democristian-decisionista Fanfani – soprannominato “rieccolo” amato dalla cara Ministra Boschi).  Certo siamo le mille miglia lontani dagli scatti di orgoglio di Sigonella (vedasi…).  Archeologia patriottica spazzata via dall’intruglio “internazionalista” degli amici del Premier…

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