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23/10/2014

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Anche chi scrive (e non solo il Presidente Obama…) ha avuto una qualche “familiarità” (in un lontano passato) con i luoghi che sono stati ieri sera lo scenario di avvenimenti che – forse a torto – hanno tenuto con il fiato sospeso l’intero pianeta.  Da Ottawa, la cittadina che all’uso anglosassone (e coloniale) ospita la capitale del Canada, è infatti partito un allarme globale su di un rischio di globalizzazione terroristica fuori dei luoghi “deputati” ad ospitare l’orrore: ciò che non sorprende a Kobani (la città assediata alla frontiera tra Siria e Turchia e difesa dai Kurdi in condizioni e violenze da assedio medievale, mentre i Kurdi stessi rimangono notoriamente senza patria né autonomia nazionale divisi come sono tra Turchia Siria ed Iraq) fa interrompere con spazi “live” tutte le informazioni globali.

Ottawa è essa stessa, così come Canberra per l’Australia, Wellington per la Nuova Zelanda e perfino Pretoria per il Sud Africa, costituita da un piccolo centro monumentale con gli edifici di Governo e di rappresentanza parlamentare e diplomatica e – tutto intorno – sobborghi residenziali (più o meno confortevoli a seconda di una minuziosa ripartizione “di classe”) che si stemperano nella natura circostante.   Ovviamente – nel caso di Ottawa – la natura è fatta di parchi e boschi (a lungo innevati) che contrastano bruscamente con il centro cerimoniale ed ammnistrativo del Paese.   In breve una condizione di isolamento, tranquillità, concentrazione.     Una “location” perfetta per simboleggiare il “potere” e la sua sacralità ed è qui che è esplosa una serie di avvenimenti che – non vi fossero state sparatorie e le due vittime, una delle quali è il responsabile “terrorista” canadese convertito all’Islam Michael Zehal Bibeau e l’altro il militare canadese di origine italiana Nathan Cirillo – richiama esplicitamente più che le “Torri gemelle” di New York” il “pronunciamento” a colpi di pistoletta del Colonnello Tejero nelle Cortes post-franchiste (Madrid 23 Febbraio 1981). “Golpe” rintuzzato dal Premier Conservatore Suarez e dallo stesso Re Juan Carlos…

In questo senso parlare da subito di “attacco al Canada” (anche se era stato preceduto da un altro episodio di natura terrorista) è un evidente eccesso paradossale, un’espressione di “retro-pensiero” che – invece di rassicurare – esprime preoccupazione, sopravvalutazione, drammatizzazione preventiva.    Che questa “operazione” politico-mediatica venga incarnata dall’assai fragile Primo Ministro canadese Steven Harper (leader conservatore di origini tedesche) può essere comprensibile (anche se non giustificabile), meno quando venga condivisa da Governi in ben altre faccende affaccendati (come Washington e la frastornata Amministrazione Obama…)…

D’altro canto, l’immediato “endorsement” da parte dell’ISIS delle motivazioni del “convertito” canadese confermerebbe la paternità – almeno mediatica – del “lupo solitario” che (probabilmente da solo) ha seminato il panico nel centro di Ottawa.  Il precedente del militare britannico decapitato in strada a Londra a colpi di machete confermerebbe questa tesi.

Infine il fatto che il “terrorista” Zehar Bibeau fosse già noto sia ai servizi di sicurezza canadesi che al FBI, getta una luce non positiva sulla funzionalità dei medesimi.  Di più dovrebbe spingere, più che alla drammatizzazione, alla riflessione autocritica: perfino alla revisione dei criteri identificativi del rischio.

Il che ci conduce (uscendo dal cliché del Canada a cavallo tra vecchia e pacifica coesistente Europa e centralità imperiale e militare degli Stati Uniti) – o ci dovrebbe condurre – ad una riflessione profonda sul fatto che il rifiuto di negoziare con l’“individuo etico globale” (di volta in volta strumentalizzato e poi lasciato al suo destino di repressione ed annientamento   come è accaduto – per dirne una – con le “primavere arabe”) non elimina, ma anzi rafforza il suo “interfaccia” oscuro e cioè il terrorista “random” (a casaccio, volontario, autogestito).       Si potrebbe addirittura sospettare che la mediatizzazione della politica, la sua riduzione stessa al carisma “da laboratorio” costituisca essa stessa l’humus, il brodo di cultura per l’emergenza di questi fenomeni individuali di violenza eversiva.  Che esista o no un “network” di supporto e strumentalizzazione…

L’importazione di mezzi e metodi importati dallo “Star System”, il “Red Carpet” permanente non produce solo “deliziosi” leader costruiti  o autocostruiti come “avatar” del “net”, ma anche “mostri” capaci di destabilizzare l’intero Pianeta.   Evidentemente incapace o refrattario a regolazioni concertate su basi diverse dal confronto militare, dalla violenza economica e finanziaria, dalla concentrazione del potere.

Altro che “corpi intermedi” e ruolo dei medesimi come antidoto alla concentrazione autocratica (spesso eterodiretta…)…  Qui il nodo drammaticamente sottostante è quello della rappresentanza e della partecipazione: i soli strumenti capaci di isolare ed impedire esplosioni “anarchiche” come appare essere stata quella della tranquilla Ottawa.       Fare affidamento alle forze di sicurezza (da sole…) è pura velleità e lo si è visto ieri oltreoceano.  Né più né meno di avere cortocircuitato le istanze e le assise cooperative (esempio, il “sistema” Onu) per sostituirle con la pressione economico-militare.   Con il risultato di rendere onnipresente – ed imprevedibile – la violenza.

Senza contare che sul “Red Carpet” ci vanno le decapitazioni dell’ISIS e non i Premi Nobel…

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