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11/02/2013

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Né vincitori, né vinti. Il Vertice Europeo di febbraio si chiude con un ennesino compromesso che, più che certificare esigenze e aspettative dei principali Stati Membri rinuncia a far partire crescita addizionale dell’intera area e continua a guidare la macchine europea con il freno a mano “tirato”

 Il bilancio d’Europa.

Di Immanuel.

 Il Consiglio europeo recita immancabilmente il medesimo copione. Alla vigilia le delegazioni annunciano le rispettive red lines superate le quali esse sono pronte ad esercitare il veto, ignorando a bella posta che il diritto di veto, almeno così chiamato, non esiste nell’ordinamento europeo appartenendo a quello ONU. Neppure il nostro Presidente del Consiglio, che ai riti europei è abituato, resiste al vezzo di evocare il veto e annuncia che se la delegazione italiana non ottiene questo e quello, si opporrà ad una soluzione iniqua. Il copione  vuole pure che, trovato il compromesso, tutte le delegazioni si dichiarino soddisfatte dall’esito del Consiglio europeo, chi perché risparmia rispetto alla temuta perdita, chi perché vede trionfare il proprio punto di vista, chi perché salva l’orticello delle concessioni.

 Il vertice europeo di febbraio 2013, l’ennesimo appuntamento col destino, si chiude immancabilmente con la generale soddisfazione. Il Presidente Van Rompuy porta a casa il faticoso compromesso al ribasso, e certo non ci vuole una grande abilità negoziale nell’attestarsi sul minimo comune denominatore. Il Presidente Barroso  dimostra ancora una volta a quale livello è giunta la Commissione da lui guidata da circa dieci anni. Il Primo Ministro britannico porta a casa il primo risultato del rinegoziato del Trattato di adesione del Regno Unito, dimentico che l’adesione britannica è vecchia di quaranta anni e che da quaranta anni è oggetto di rinegoziato. La Cancelliera tedesca riafferma la linea del rigore, ottiene cioè che gli stati membri forti hanno mano libera nel sostenere le economie domestiche mentre gli stati membri deboli devono rassegnarsi alle austere risorse europee per la crescita (decrescita) controllata. Il Presidente francese, a prescindere dal colore politico all’Eliseo, sempre innalza il vessillo dell’agricoltura, poco importa se di qualità e dei piccoli numeri o anche e soprattutto dei latifondi. Il Presidente del Consiglio italiano, che puntualizza che la sua posizione a Bruxelles è frutto d’intesa multipartisan,  risparmia  qualcosa grazie ai mancati esborsi al bilancio europeo così riducendo il nostro gravame di contribuente netto. E così via vicendevolmente felicitandosi.

 Il Parlamento europeo, presieduto pro tempore da un socialdemocratico tedesco che sente l’approssimarsi delle elezioni federali, è la sola voce critica in un coro di composti applausi. Il Parlamento non darà il consenso alla procedura di codecisione prevista dall’art. 324 del TFUE. A meno che  le periodiche revisioni previste dal Consiglio europeo siano approvate a maggioranza qualificata  e rivedano davvero il sistema in corso d’opera.  Nel settennato il quadro strategico comune (QSC) sarà oggetto di due rapporti  che, se approvati a maggioranza, possono dare luogo a certi aggiustamenti in linea con gli auspici del Parlamento. Si tratta di una ipotesi di scuola perché la regola dell’unanimità è difficile da scalfire e allora, salvo le sorprese che pure potrebbero venire nel fluido scenario europeo, l’intesa  del  febbraio 2013 è destinata a durare per tutto il periodo a venire.

 Il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2014 – 2020 è riferito ad un’Unione a Ventotto con la Croazia e prevede: impegni in stanziamenti per 959.988 MEURO, pari all’1% del reddito nazionale lordo (RNL); impegni per pagamenti per 908.400 MEURO, pari allo 0,95% RNL.

 Il QFP – stando alle conclusioni del Consiglio europeo – “si colloca ad un livello appropriato di spesa”, tale da considerare anche la sua qualità che “consentirà un migliore sviluppo delle politiche, traendo pienamente vantaggio delle opportunità da esse offerte in termini di valore aggiunto europeo, specialmente in un momento in cui onerosi vincoli gravano sui bilanci nazionali”. Il QFP si articola  in rubriche e sottorubriche, fra cui spicca la rubrica 4 pomposamente intitolata al “ruolo mondiale d’Europa”. La rubrica 4, che misura  l’investimento europeo in politica estera, ammonta a 58.704 MEURO, di cui la maggiore parte va ascritta all’aiuto allo sviluppo affinché l’Europa versi a tale voce lo 0,7% RNL.

  La visione globale del prossimo QFP ci restituisce un’Unione in regresso  rispetto al vigente QFP, alle esigenze di crescita e occupazione, alle ambizioni di “ruolo mondiale”.   Il mondo  ha bisogno di più Europa e l’Europa ha meno bisogno del mondo.

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