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01/10/2014

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Umbrella-Revolution-Explainer-01

Oggi è il 1 Ottobre.  Da noi ma anche ad Hong Kong e a Pechino.  Sono passati “solo” 65 anni da quando Mao Zedong entrava a Pechino, anzi a Piazza Tian Anmen a bordo di una jeep di quell’Esercito popolare che era stato vittorioso tanto sull’occupante giapponese, ma soprattutto sulle truppe “nazionaliste” del Kuomintang ormai in fuga verso l’isola di Taiwan.   La storia voltava pagina e siamo ora dopo poco più di mezzo secolo (in assenza di un mondo realmente multipolare e di un governo globale) alla vigilia di un duopolio tra due super-Potenze.   Forse una “uscente” e una “entrante”.  Ma – in attesa di questo esito – la storia sembra prendere svolte più complesse e auspicabilmente meno sinistre.

La “rivoluzione degli ombrelli” ad Hong Kong, sorta dal piccolo nucleo del movimento democratico “Occupy Central” (il centro governativo e degli affari della già “esotica” città-Stato sull’estuario del Fiume delle Perle nella Cina Meridionale) è – comunque – uno di questi eventi.   E’ diversa dalle tensioni etniche (e razziali, e religiose, e culturali) quali quelle tibetane e soprattutto dei musulmani Uighuri dell’Asia centrale cinese: la differenza sta nell’avere al centro una precisa rivendicazione democratica e partecipativa.   Cittadini (soprattutto giovani) “versus” Governi autoritari.    Che vinca o che perda sul terreno dello scontro, certo è che costituisce la prova provata dell’esistenza dell’ “individuo etico globale” (quello – assai sfortunato- delle “Primavere arabe”, quello di Istanbul, forse quelli assai storditi del nostro Occidente) Un polo di aggregazione e resistenza partecipativa che non è un’invenzione sociologica o una surrogatoria utopia post-rivoluzionaria, ma l’unica via d’uscita dalla mortifera asfissia indotta dal sempre rinascente conflitto armato di Stati nazionali (e di élites di potere) incapaci perfino di reagire alla globalizzazione con l’adattabilità dimostrata dal capitale finanziario internazionale.   Che ha dimostrato di saper “nuotare come un pesce” (direbbe Mao…) in un mondo irreversibilmente interdipendente.   Così – mentre i Governi nazionali ripetono pantomime ottocentesche ed individuano nei propri stessi cittadini i primi nemici– i giovani di Hong Kong rivendicano come propri “maestri” Thoreau, Mandela e Luther King.  Ce ne è abbastanza per far impazzire i mandarini post-comunisti di Pechino.

I fatti.  Il Governatore  ad Hong Kong di nomina della RPC – Leung Chun-ying – con tipico zelo da proconsole – ha incautamente “militarizzato” lo scontro, accesosi a fronte dell’evidente non rispetto da parte della RPC del principio-base dell’Accordo tra la Gran Bretagna di Margaret Thatcher e la Cina di Deng Xiaping  che permise il pacifico “rientro” di Hong Kong nella “Madrepatria”: ovvero “due Paesi, una nazione”.  Con una serie di fasi di transizione che avrebbero dovuto preservare (ed anzi sviluppare) sia la democrazia di Hong Kong, che il suo ruolo di grande centro finanziario dell’Asia meridionale non antagonistico, ma parallelo allo sviluppo della Cina continentale.   Era questo il metodo (intelligente ma ambiguo) di riassorbire il “foruncolo” sulla faccia del gigante.  Magari in attesa che la rivoluzionaria “apertura” denghista si allargasse dall’economia alla politica.    Illusioni spazzate via dai fatti di Tiananmen del 1989.    Infatti l’autoritarismo pechinese tendeva ad inglobare l’enclave-pilota fino al punto che le autorità della città arrivavano a promuovere l’adozione di una legge elettorale (assai simile ai nostri “porcellum” ed “italicum”…) che attraverso una “pre-selezione dei candidati” avrebbe svuotato il diritto di scelta dei propri rappresentanti da parte dei cittadini di Hong Kong   E questo ha scatenato una catena di reazioni.

E così – sotto le piogge autunnali – sono partite le manifestazioni mentre Pechino (con tipico riflesso autoritario) ha mobilitato l’esercito intorno alla città quasi si trattasse di una Kronstadt in grado di minacciare gli interessi “nazionali”.  Ha poi messo in guardia l’universo-mondo da “interferenze” estere, dimenticando evidentemente che tutto il periodo “transitorio” discende da un Accordo internazionale destinato a durare fino alla metà del secolo… Sia pure essendo vecchio di quasi tre decenni.

Così sul terreno l’unico limite non è certo quello dell’equilibrio delle forze in campo (incomparabili…) quanto quello dell’irreparabile perdita d’immagine che il nuovo leader Xi Jinping subirebbe se altro e maggiore sangue scorresse a Hong Kong.   Una scelta che costerebbe troppo ad una Pechino alla vigilia di ulteriori scadenze internazionali mirate a consacrarla nel “concerto” (ahinoi quanto stonato…) delle Potenze.  Così, anche se oggi si sparano i tradizionali fuochi d’artificio sul continente (il 1 ottobre è la più grande e tradizionale Festa della RPC), a Hong Kong si reclama – nientepopodimeno – che “piena democrazia”.

Il tutto richiama alla memoria di chi scrive una notte – anche allora di pioggia autunnale – in una casa in cima all’isola di Hong Kong (il “Victoria Peak”) conversando con l’amico Tiziano Terzani – non ancora pacifico guru ma solo avido osservatore – e, mentre ci si interrogava sull’imminente scontro tra “maoisti” e “liberali” al di là della “cortina di bambù” (io dentro e lui ancora fuori…) mai avremmo potuto immaginare un mondo così diverso da ricevere proprio dalla “cinese” Hong Kong un così forte insegnamento di democrazia e di libertà.  Era l’ottobre del fatidico (per un miliardo di Cinesi… ma non solo) 1976.

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