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24/09/2014

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Siamo alle solite: il casino globale (perché di questo si tratta, per usare un gergo renziano…) quando approda in Italia si trasforma in micro-pillole a digestione rapida e suppostamente di pronto effetto.    Così i titoli degli ultimi giorni (e verosimilmente fino alla prossima settimana, data del rientro vero e proprio) possono condensarsi in “io speriamo che me la cavo” e “le vacanze intelligenti”.

Queste ultime sono quelle che si è voluto concedere il “Premier” dopo aver lasciato dietro di sé l’imbecille polemica sull’art. 18, quella che invece di rilanciare l’economia -… e chissà come – ha risvegliato il PD dal coma profondo in cui si trovava.  E su quest’ultimo “scampolo” di estate c’è poco da dire.  Speriamo soltanto che “Matteosubito” e la “First Lady” si siano divertiti ed abbiano comprato dei souvenir carini.    Anzi – a voler essere un po’ velenosi – si potrebbe dire che tanto New York che la California sono da tempo mete obbligate soltanto per “provinciali” .  Pensare di riportarne esperienze utili per tirare questo Paese fuori dal pantano fa parte di un bagaglio culturale (ahimè) assai retrò.  “start Ups”, emigrati intelligenti, innovazioni a capitale zero, in breve “facciamo come loro” è veramente un po’ poco per un Paese che non è soltanto il turismo “rinascimentale” fiorentino ma che – non molto tempo fa – era stato la sesta potenza economica mondiale.   Ma comunque le “vacanze intelligenti” (magari con una “spolverata” del “Clintonismo” del bel tempo che fu…) non fanno mai male  ed aiutano ad affrontare gli incipienti rigori dell’autunno e dell’inverno che lo seguirà.

Più complicato il discorso “io speriamo che me la cavo” .  Infatti non sarà facile considerato anche che – finora – il renzismo ha seminato più interrogativi che abbozzi di risposte.  Se ne è accorto anche il prudentissimo direttore (uscente) del Corriere della Sera che – con il solito stile felpato ma con insolita franchezza – ha dato il là ad una campagna ostile che suonerà già sulla scaletta dell’aereo presidenziale sulla pista romana di Ciampino.  Ovvi e condivisibili i temi enunciati da De Bortoli che, partendo dall’evidente vocalismo (sul tema di “Words Are Easy to be Spoken…”, vedasi)  del Renzi è poi passato alla perlomeno opinabile scelta della sua (ahimè anche nostra…) squadra che – ad occhio nudo – è ritagliata più sulle sue esigenze di protagonismo (quindi ragazzotte, neofiti, tamburini… piuttosto che provate o provabili competenze) e, dunque, meglio un fesso – o una fessa – “che mi deve tutto” che un quidam senziente potenzialmente dotato di indipendenza di giudizio.   Eccetera, eccetera e – soprattutto – la constatazione che il “profumo” dell’arrosto sembra più fatto di molecole odorifere che di “ciccia” (come dicono a Firenze”)… Peggio ancora, il direttore del “Corriere” osa tornare sui punti “segreti” dell’accordo “verdiniano” (dal suo sponsor ed organizzatore, stretto sodale del del Caimano, Denis Verdini ) del Nazareno con nascita di quella forma “suprema” di bipolarismo che è l’ammucchiata di una sinistra (?) con la Destra.     E, ancora peggio, De Bortoli evoca l’incubo di tutti gli Italiani perbene (o semplicemente di quelli che non la bevono) al solo pensare all’elezione – comunque non collocata in un remoto futuro – di un nuovo Capo dello Stato.   Ciliegina finale.  Il Nostro non si esime dall’accennare a possibili influenze (da smentire….) di poteri occulti e massonici.      Incrociamo le dita: per molto meno (o più, chissà…) un tipo finì qualche decennio addietro impiccato ad un pilone del ponte dei “Frati neri” a Londra.

Ma torniamo ai fatti.  E’ partito l’attacco aereo degli Stati Uniti (con il supporto e la partecipazione dei Paesi arabi alleati ed amici, ed anche di alcuni che si barcamenano tra finanziamento a gruppi variamente “estremisti” ed ortodossia di allineamento più che occidentale, “capitalista”) a punti nevralgici dello spazio territoriale dell’ISIS. La roccaforte di Raqqa viene martellata ed i media internazionali si incaricano di diffondere cronache di una realtà locale fatta di crocefissioni, decapitazioni e così via. L’esito della “campagna” di liberazione resta tuttavia incerto anche perché la galassia estremista trova punti di convergenza ed è difficilmente circoscrivibile territorialmente.  Nel frattempo perfino in Italia si cominciano ad individuare collegamenti ed interconnessioni ben più profondi del reclutamento di “foreign fighters” (combattenti stranieri): la radicalizzazione non è più soltanto sul “religious divide” che pure evoca spettri plurisecolari, ma anche raccoglie istanze  anticapitalistiche  o – più semplicemente – antagonistiche alla concentrazione del potere finanziario globale e delle Istituzioni monetarie internazionali.   Questo scenario comincia appena ad affiorare in un Paese – quale è il nostro – in sistematico ritardo di riflessione.

Detto in altri termini: scopriamo i lustrini dell’ultraliberismo quando dovremmo riflettere sulla necessità di rimettere in moto la cooperazione multilaterale, il solidarismo, i valori condivisi ovunque si trovino.  Al contrario il monopolio vocale – e politico?- va alle semplificazioni stile leghista (Italiani primi, ributtiamoli a mare, perché vengono se non accettano le nostre regole…).  Non stupisca che – archiviata definitivamente la retorica “interdipendente” delle carte della pace e dello sviluppo – gli approcci di fondo vengono da intellettuali considerati di “destra” come lo storico delle Crociate Franco Cardini che invece del solito “bla, bla” mediatico ha mostrato come il brodo di cultura del terrorismo sia radicato anche nell’incontrastato squilibrio planetario delle risorse.  Due gli esempi che ha fatto: il violento malessere inter-etnico delle banlieu parigine ed il caso Mali: uno dei Paesi più poveri per reddito (o sopravvivenza) e più ricchi di risorse.  Espropriate da decenni o da secoli.

Del resto le fratture economiche, il carattere interdipendente delle questioni globali (clima, epidemie e così via) è stato sottolineato anche dal Presidente Obama all’ONU con una particolare accentuazione sulla necessità dell’approccio globale e solidale.  E’ però ovviamente mancato da parte dell’Amministrazione statunitense un riconoscimento dei “nostri” torti ed anche un’ offerta pienamente cooperativa.  Sono viceversa risuonate accuse (ancorchè diplomaticamente moderate) al mondo islamico che – di fatto – trasferisce il proprio turbolento e sanguinoso travaglio  anche in un conflitto tra il campo “cristiano” (o tollerante) e quello dei (divisi, divisissimi) veri fedeli.     Obama ha perfino descritto il miracolo della tolleranza nel più popoloso Paese musulmano (l’Indonesia) in cui ha trascorso la propria infanzia.   Silenzio invece sulle tolleranze da noi… ammesso che esista ancora un tale “campo” separato.

Al contrario ancora una volta il Papa fa i suoi “compiti a casa” (magari in ritardo e per evitare il peggio…) ma almeno li fa.  E’ il caso dello spettacolare arresto in Vaticano dell’ex nunzio polacco a Santo Domingo Mons. Jozef Wesolowski già perseguito internazionalmente per pedofilia.

Nel frattempo – come con il viaggio in Albania – raccoglie pazientemente tutte le briciole che dimostrano che le sfide dell’intolleranza e della violenza possono essere fronteggiate senza illudersi di scorciatoie militari.

La “nuova” Italia che ci viene annunciata quotidianamente e che ha – finalmente – messo la politica estera al posto che gli compete , il rapporto tra noi e il mondo – deve quanto meno smettere di usare l’alibi, il cosiddetto vincolo per autogiustificare le proprie inadempienze e/o scelte e, al contrario, vedere i nessi che ci collegano al “vasto mondo” in mille modi.  E, per conseguenza, evitare di gingillarsi con una (inesistente) “sovranità” e – viceversa – vedere i problemi interni in una chiave internazionale.   Altro che riprendiamoci i soldi di “mare Nostrum”. Questa – e non altra – è la sfida del rinnovamento.    Che non si fa con le Expo (dei ladri) ma con l’iniziativa solidale, la comprensione dei fenomeni, l’apertura.

Oppure chiediamo di tornare dentro lo Stato Pontificio.  Lì – almeno – si pensa.

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