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17/09/2014

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Sono passati poco meno di 250 anni da quando le truppe lealiste britanniche comandate dal Duca di Cumberland (figlio di Re Giorgio II) e soprannominato Billy il macellaio, batterono – e massacrarono da vivi e da morti – gli insorti scozzesi nella famosa battaglia di Culloden Moor nelle Highlands di Scozia: troppo poco tempo per dimenticare una pagina di umiliazione e di bestiale sofferenza inflitta all’orgoglio scozzese.   Quel 16 aprile 1746 – anche se consolidò il Regno Unito e di fatto lo preparò all’impietosa assunzione del proprio imperiale “destino manifesto”, rimane nella memoria genetica di una “nazione” certo meno difforme di quanto oggi si pretenda ma pur sempre orgogliosa di sé e sempre più refrattaria ad un mito che assegna loro un ruolo subalterno… Oltre che ovviamente subalterno nel più vasto “impero” anglosassone di cui il leader non è certo la Gran Bretagna.

Andando più indietro, un altro indizio di coriacea autonomia si ritrova addirittura all’epoca di Adriano e della maturità dell’Impero romano che si accontentò nella propria mappa planetaria (dell’epoca) del Sud dell’attuale Regno Unito edificando un “vallo”, una sorta di “linea Maginot” che – di fatto – lasciò il Nord dell’isola agli autoctoni.   Ovvero agli attuali scozzesi.

Eppure non è questo l’esercizio che conta alla vigilia del voto di referendum di domani e che potrebbe mettere fine ad una costruzione costituzionale ritagliata sulle esigenze di ben altre epoche storiche.   “Risentimento” a parte, orgoglio scozzese del grande Sean Connery (e non solo lui…) a parte, i calcoli ed il panorama è oggi ben diverso: ma non per questo meno interessante e – magari – anticipatore di vari altri sommovimenti in Europa. Si pensi – tanto per fare qualche esempio – ai Catalani o ai Baschi.  E, da noi, piuttosto che la farneticante “paccottiglia leghista” ai Sardi (e non solo).

In primo luogo i “conti” economici: sei milioni di Scozzesi hanno scoperto che grazie anche alle risorse petrolifere potrebbero conservare ed ampliare il proprio welfare, passando dal modello del capitale finanziario “planetario” della Gran Bretagna a quello “norvegese” e, più in generale, scandinavo.   Il che tra l’altro corrisponde al tradizionale orientamento “socialista” degli Scozzesi.    Di più – poiché l’eventuale autonomia non ha nulla di anti-europeo – l’ “esperimento” risponderebbe a quel “glocalismo” di cui si è fatto un gran parlare ma che viene fieramente avversato da classi dirigenti “nazionali” tanto obsolete ed accaparratrici quanto inette e distanti da diritti proclamati e mai attuati anche in nome di un anacronistico (e spesso del tutto immaginario) orgoglio identitario camuffato da “interesse nazionale”…

La provinciale Italia (appena reduce dal 150esimo anniversario dell’“Unità”) ne costituisce un chiaro caso da “laboratorio” con le sue – abbastanza patetiche ed unilaterali – pretese di autonomia nazionale anche rispetto al pattizio processo di unificazione europeo (di cui eravamo stati antesignani…).     D’altro canto il problema dell’autonomia si pone per la Scozia in modo del tutto analogo e questo spiega le preoccupazioni di Washington che non è affatto sicura di poter mantenere la comoda subalternità (di più?) del Regno Unito.   Soprattutto sul terreno militare ed anche su quello – ad esempio – della presenza in Scozia di sottomarini nucleari.

In breve la vittoria del “no” corrisponderebbe al mantenimento dello status quo (magari con qualche altra piccola concessione di facciata da aggiungere all’esistente “Parlamento” locale e al piacere di avere di quando in quando – un premier del Regno Unito scozzese…): e non sorprende il malinconico e discreto appello della Regina Elisabetta.   All’opposto il sì aprirebbe nel cuore d’Europa una fase nuova ed un ripensamento critico di forme-Stato sempre più superfetate… e sempre più marcescenti.     Lo pseudodibattito di ieri al Parlamento italiano – ove Renzi ha rovesciato perfino la logica elementare che prevede che lui venga “testato” dai cittadini e non i cittadini da Lui – dovrebbe far riflettere sulle nuove partite di cittadinanza che si sono aperte e che – comunque – sarà molto difficile (impossibile?) chiudere in modo indolore.

A domani.

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