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11/09/2014

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Marchionne-gela-Montezemolo

Senza dubbio il fatto del giorno di questa stanca cronaca settembrina è la “zampata” con cui il boss della Fiat Chrysler (FCA) Sergio Marchionne ha posto fine al quasi quarto di secolo del “regno” di Luca Montezemolo al vertice della Ferrari.   Scarsità di risultati? Non certamente sul piano industriale e/o delle vendite (gli ordini e le richieste dei concessionari in tutto il mondo superano come sempre ampiamente i “tetti” fissati a Modena anche allo scopo di mantenere un marketing “stretto” che titilli l’“esclusività” dei clienti…).   Forse, anzi (seguendo le pubbliche dichiarazioni di Marchionne) prioritariamente l’unico “addebito” a Montezemolo risiede nell’offuscamento dell’immagine “sportiva” della Casa di Maranello sulle piste.   Ma anche questa spiegazione contrasta con la ciclicità che da sempre caratterizza questo tipo di realizzazioni.    Se mai – così come era finita l’era di Jean Todt – anche quella Montezemolo e del suo lunghissimo percorso non poteva che finire anche perché  l’orgoglioso “feudo” di Maranello si era oggettivamente  assestato in una fase di regno “calante”.  E, dunque, da innovare prima che la polvere e le ragnatele si affacciassero a logorarne l’immagine.

Ed è questa che serve a Marchionne e alle sue strategie globali E lo ha anche detto esplicitamente quando ha affermato che un auto fatta “altrove” è del tutto impensabile.    Cambiare per restare, ma sempre sull’onda…  In breve un’iniezione di botulino su di un viso sempre bello.

Naturalmente – come in tutti i cambiamenti di questo tipo – i risultati dipenderanno da molti e non tutti prevedibili fattori.  Per intanto il “Capo” prende le redini (assumendo direttamente la presidenza) del “gioiello della Corona”. E, anche se giura che non lo butterà nel “calderone” della gestione del Gruppo FCA, ne condizionerà tempi e metodi.  E, soprattutto, lo “indosserà” quando e come vuole.

Semplice. Senza contare che non tanto il prudente Montezemolo, quanto piuttosto il suo sodale di sempre il “franco” Diego Della Valle, hanno già posto il dito sul carattere “cosmopolita” della gestione Marchionne e del giovane Yaki Elkann, ultimo rampollo di Casa Agnelli.   Cosmopolita e, dunque, non italiano.  O non abbastanza tale.   Un’ “accusa” talmente ovvia da non potere essere portata a carico di Marchionne, definito da Della Valle “furbetto cosmopolita”.  Peccato che in questi tempi di “sfaldamento” del più basico buon senso non si comprende (certo non lo comprende questo “foglio” che crede nel cosmopolitismo, anche se più quello contestato degli “umani” di quello vezzeggiato del capitale…) perché i capitali (ed il controllo aziendale…) dagli Arabi del Golfo faccia bene all’Alitalia e la prospettiva globale di Marchionne sia necessariamente da respingere.     Per di più da parte di un Governo che (con la GEPI ed altri istituti) non fa che favorire e finanziare la delocalizzazione stracciona dei “posti di lavoro” nazionali, svuotando la nostra base produttiva.     Misteri italiani…

C’è poi un punto assai curioso del dibattito Ferrari: quello  del “trattamento” di fine rapporto per Montezemolo: “faraonico” in tempi di penuria (ma per chi?).  Si finge di non sapere che metà del medesimo malloppo “compensa” – come d’uso – l’impegno a tempo di non competere sul medesimo comparto.   Il dibattito nostrano salta a piè pari la circostanza che i quattrini in ballo non sono del contribuente…Come avviene invece con tutti i “boiardi” pubblici che – a prescindere dai risultati aziendali – intascano le più invereconde “buonuscite”.     A noi pare che 27 milioni di euro siano “panzellacchere” a fronte delle somme (magari una ad una miserevoli) sottratte ai pubblici bilanci.     Dalle mutande leghiste, agli assorbenti ed ai vini di pregio dei democratici… eccetera eccetera.   Si vedano al riguardo i procedimenti giudiziari in corso nelle regioni “a guida riformista”.    Peggio ancora: ora che la ruota del “tritacarne giudiziario” (felice definizione del Caimano)  gira verso la “neo-sinistra” (da George Orwell…) al centro del dibattito c’è uno dei più fantastici “contro-ordine compagni”: “anche la magistratura può sbagliare”.   Già, quando accusa noi e non loro…

Ma queste sono le nostre miserie quotidiane e la prova provata che una politica “monopolizzata” da un gruppo sociale corporativo (la famosa “classe politica”) non può che condurre all’attuale marcescente situazione. Degrado, paralisi, vuoto propositivo, propaganda per gli allocchi, trasformismo  (incluso il paradosso di un Governo “riformatore” anti-popolare e senza linea autonoma) sono la nostra dieta quotidiana.   Fino a quando?

Intanto nella dimensione che più ci interessa (quella europea) si è chiuso con l’ufficializzazione delle nomine il nuovo assetto della Commissione Juncker.   Pressochè dissipate la fanfaronate renziane su di un nuovo impeto riformatore ed anti-austerità a Bruxelles, svanito l’asse “riformatore” Renzi Hollande – con quest’ultimo ormai sceso sotto il 13% del consenso e l’altro da misurare dopo l’inverno- (per la semplice ragione che due debolezze non fanno una forza), la Germania e gli “austeri” Paesi del Nord tengono saldamente in mano le redini di una “ripresa compatibile” in Europa.     Come diceva il famoso leader comunista Togliatti: “fuori i pagliacci dal campo della lotta”.     Il “circo” europeo li blandisce (Mogherini, Moscovici) ma si guarda bene dal lasciargli campo libero.  E, del resto, perché dovrebbe?   Considerato come vanno Francia, Italia in mano a classi dirigenti che a definire “inattendibili” si fa loro un complimento.

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