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26/08/2014

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aostasurrender160

In trepida attesa dell’imminente fine settimana in cui “Matteosubito” registrerà nuovi trionfi (a Roma Consiglio dei Ministri di ritorno dalle vacanze e Consiglio Europeo da cui dovrebbero sortire tanto la linea economico-politica che le nomine europee), qualche osservazione va spesa  sullo scottante tema sulle interconnessioni tra il terrorismo sanguinario di impronta “religiosa” e la partecipazione di “reclutati” provenienti dai Paesi occidentali.  Ed anche dall’Italia…

L’irruzione nel dibattito del grillino Di Battista ha confermato – se ce ne fosse stato bisogno – che tanto l’irruenza che la vociferazione mediatica nascondono un’ignoranza perlomeno pari a quella in cui nuota allegro ed operoso il patrio Governo (che – almeno – ha la scusante di non essere preso sul serio da nessuno tranne forse da sé stesso…).  Anzi, e purtroppo, il volenteroso Di Battista ci ha ricordato il triste destino in cui ormai affonda il già super-glamour Fabrizio Corona: entrambi vittime di un cliché che passa – senza che loro se ne accorgano in tempo – da titolo di merito e garanzia di successo a lasciapassare che certifica una sola cosa: l’incancellabilità ex-post dei loro errori.   Non più ribaldi divertenti ma imperdonabili paria.  Anzi forse maggiore la “colpa” di Di Battista che ha citato completamente a sproposito il serio tema della lotta terrorista e delle sue manifestazioni (sempre criminalizzate da “benpensanti” in perfetta malafede quali sono gli Stati “nazionali” ed il loro apparato mediatico) assimilandolo agli assassini di massa dell’ISIS contro minoranze inermi e – soprattutto – incolpevoli del conflitto.

Tuttavia, mentre Corona paga sulla sua pelle per uno stile di vita che non era certamente solo il suo, la politica ha già – di fatto – scusato l’entusiasta neofita dei grandi temi della politica nei tempi del renzismo trionfante (tutto caratterizzato da furbo ma grossolano mediatismo e da un tasso di “ignoranza” questo sì senza precedenti perfino per la disgraziata Italia e per la sua nomenklatura politica).   E come l’ha scusato?   Semplice: annegando le sue incaute osservazioni nel mare magnum di altre – più grandi – farneticazioni: richiamare le rimasticature sul “cultural divide” con l’Islam di una morente ed ossessiva Oriana Fallaci ricevuta “ad audiendum” a Castelgandolfo dal Papa del discorso di Ratisbona, quel Ratzinger  la cui cecità Bergoglio tenta di dar dimenticare tutti i giorni che Dio ci manda, costituisce per la verità – e per il nostro Paese – un rimedio peggiore del male.     Certo il “caso Fallaci” andrebbe archiviato come un triste folklore assimilabile se mai al caso del Magdi “Cristiano” Allam: nel caso di Oriana originato dall’ insana idea che un calante primato giornalistico possa essere compensato con irruzioni su di un terreno che invece dovrebbe essere assegnato alla conoscenza e al dibattito culturale.   E, sia detto per inciso, la Fallaci non ha avuto né la fortuna né la saggezza del nostro amico Terzani, passato da grande reporter a “guru” universale adatto ad un consumo di massa.  E soprattutto “inclusivo” e in ultima analisi “cosmopolita”.

Ma lasciando da parte queste piccole cose di “casa nostra”, va piuttosto avviata una riflessione multilineare (e soprattutto non esclusivamente “militare” o peggio criminale) sul fenomeno di questo rinnovato “primato del sangue”.  Certo ammonendo che il terrorista “kamikaze” palestinese ed i suoi epigoni  sono cosa ben diversa delle esecuzioni (rituali?, primitive?) che vanno proliferando negli scenari della “Terza guerra mondiale”.  E certo qui ha ragione Di Battista: con i primi si deve parlare, anzi augurarsi che essi parlino con noi…  I secondi vanno contrastati con tutti i mezzi necessari (forse non solo i droni…), ma anche rintracciarne motivazioni e mandanti.

Ma il nostro lavoro di auto-purificazione culturale e morale da fare è enorme e non riguarda solo il presente, ma anche il passato: più e meno remoto.  Un esempio semplice, semplice: Pietro Micca fattosi esplodere per bloccare gli “invasori” o il tenace milite volontario Enrico Toti e la sua stampella lanciata contro gli Austriaci non sono né meglio né peggio dei “kamikaze” (venti divini): questi si immolavano per l’ultima – inutile –disperata difesa del loro Paese.  Non dementi fanatici, se mai vittime “culturali”.

E questa analisi – che è appunto anche auto-analisi del proprio pregiudizio – può avvalersi di lezioni storiche anche lontane di centinaia di anni: si pensi al sacco di Otranto del 1480 da cui gli Otrantini ne uscirono massacrati o convertiti, e magari “santi” nella strumentalizzazione successiva nell’ambito di quel “mammaliturchi” che per secoli ha governato coesistenza e conflitti nel bacino Mediterraneo.   Ma si guardi anche – più delle indagini e delle statistiche di “intelligence” sul nesso tra “reclutati”, e “reclutatori”. Infiltrati e/o ritornati – alla trama della preziosa opera “Italiana in Algeri” di Gioacchino Rossini.   E si lasci riposare Fallaci ed incitare Di Battista allo studio e alla riflessione.

Infine – e purtroppo – come sempre è accaduto nei periodi pre-guerra le aree di “innesco” non sono mai uniche e/o circoscritte: il caso Putin/Ucraina è quello che abbiamo sott’occhio ma vogliamo richiamarlo su di una nota – apparentemente – leggera….

E qui bisogna riconoscerlo: quel che la Russia di Putin ha ereditato da quella sovietica (di cui peraltro lo stesso Putin è stato un fedele servitore nei ranghi di quell’organismo “democratico” che fu il KGB) è la “faccia di c.” (omissis): la scandalosa parata dei soldati ucraini fatti prigionieri dalla sedizione filo-russa non sarebbe (nelle parole del Ministro degli Esteri Lavrov, emulo e degno competitore del fu Andrei Gromiko noto per poter negare qualunque ovvietà anche di fronte alla più schiacciante evidenza) un’umiliazione contraria agli usi, alle prassi e alle norme che – in qualche modo – regolano i conflitti militari e i loro esiti, vincitori e vinti…   Uscire dallo scandalo e dall’indignazione suscitata dallo spettacolo di giovani militari ucraini sottoposti ad insulti (”fascisti”) e agli sputi della popolazione (come era avvenuto dopo la rintuzzata invasione nazista con i prigionieri tedeschi è stato facile: negare sic et simpliciter la natura dell’ “esercizio”.  E’ vero: lo facevano anche i Romani duemila anni fa e nessuno dubiterebbe della loro “civiltà”.  Già, ma quale “civiltà”?  Quella appunto di due millenni or sono: tutto quello che è passato è passato invano.  Siamo sempre alla bestialità (ci scusino le “bestie”…) del genere umano. E alle pulsioni che il conflitto – quando si fa armato – suscita.  Ma Lavrov non si scandalizza e come potrebbe con l’eredità “nazionale” che lo anima?

Sembrerà strano ai più giovani  ma – anche in questi tempi “schettiniani” – il discrimine di quella atavica follia umana che è la guerra rimane più nei simboli che nei fatti: per questa ragione alla “parata” di Donetsk vengono da confrontare gli “onori militari” resi dagli Inglesi al Duca D’Aosta e ai suoi uomini (“ascari” inclusi) il 19 maggio 1941 all’indomani della resa dell’Amba Alagi, decisa per l’impossibilità di continuare la battaglia di fronte alla schiacciante superiorità del “nemico”.    Di più, ad Amedeo venne concesso di pilotare l’aereo che lo avrebbe condotto alla prigionia (e alla morte) in Kenia.

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