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25/08/2014

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L’estate – quella vacanziera non quella astronomica – si sta chiudendo e (lo dice l’ex socialista ed ultraberlusconiano Brunetta…) è arrivato il momento di allacciarsi le cinture come quando si è su un aereo che entra in una zona di “turbolenze”.   Tanto più apprendendo che il “giovane Renzi” rientra in queste ore a Palazzo Chigi e ricomincia con le vuote litanie dei “cronoprogrammi”.     De che?   Come si diceva nella lingua di Belli, Trilussa e co.

Ma lasciamo la piccola provinciale Italia alle sue (passate, presenti e soprattutto future, pene) e diamo una prima occhiata al contesto generale.   Ancora una volta il portavoce delle inquietudini si è fatto l’infaticabile Papa Bergoglio.   A lui spetta la palma del realismo e della sincerità (comunque motivata), nonché essere il capofila delle – esigue – schiere di chi si sforza di mettere in guardia di fronte ad una situazione la più pericolosa dalla fine del secondo conflitto mondiale.     E’ infatti Papa Francesco che – senza mezzi termini – ha dichiarato al ritorno della sua missione in Estremo Oriente che ormai ci troviamo all’interno della “terza” guerra mondiale: non più ai margini degli innumerevoli conflitti locali (i cosiddetti “focolai”) di sanguinosi scontri e massacri più o meno di massa in un contesto che – bene o male – era complessivamente di “pace”, quanto piuttosto nelle prime manifestazioni di una conflittualità allargata sostanzialmente “anarchica” e visibilmente priva di qualunque prospettiva di regolazione e – tanto meno – di spontaneo riassorbimento.

Le cause dell’attuale disastro non sono poi così difficili da rintracciare e risiedono sostanzialmente nel trentennio “buttato dalla finestra” all’indomani dello iato costituito dal 1989: la cosiddetta “fine della storia” che avrebbe dovuto (nella logica di abborracciati “studiosi” come il famigerato statunitense Fukuyama) contraddistinguere la “resa” dell’ipotesi “comunista” e l’uscita di scena della dicotomia Est-Ovest, si è rivelata pura fantasia trionfalistica.    Poi – per oltre un trentennio – si è lasciata avvizzire l’unica ipotesi di regolazione dei conflitti planetari: quella multilaterale e di riassetto partecipativo sui temi globali (riforma dell’ONU inclusa).   Ovvero sulle “interdipendenze” che – nel frattempo – crescevano “anarchicamente” in modo esponenziale.    In scena restavano i fantasmi degli Stati nazionali, spesso ridotti nella condizione di “lager” (come intuiva decadi addietro Foucault) piuttosto che di garanzia territoriale e partecipativa per i propri cittadini.     Paradossalmente il socialismo reale (sconfitto sul terreno della propria viabilità per assicurare benessere e diritti) esportava la propria concezione del cittadino richiuso come il bestiame nel recinto.   All’Ovest le forme assumevano tratti più “dolci”, ma l’espropriazione dei diritti era la medesima…  Ed anzi si faceva più pervasiva grazie ai “moderni” strumenti di comunicazione e di condizionamento di massa.   L’Italia berlusconiana ed oggi renziana ne è stato – ed è – un laboratorio esemplare.  Ed anche per questo motivo tollerato e talora “coccolato”.

Peggio ancora,  mentre ci si affaccendava in un processo di liberalizzazione economica e finanziaria planetaria (che ha sì favorito la globalizzazione, ma a spese dei diritti dei cittadini con un trasferimento massiccio di potere a favore del capitalismo finanziario  globale e con l’incistarsi delle crisi…), si negavano spunti interpretativi preziosi e realistici come quelli di Huntington (ma non solo lui…) sullo “scontro di civiltà” (es.: Islam e Occidente).    Ovvero lo scudo dietro il quale si nascondono e cercano la loro rivalsa “storiche” prevaricazioni di popoli e di culture.     Nel luogo globale dove le differenze vengono ordinate gerarchicamente sulla base dei rapporti di forza soprattutto militari (ma non solo…) e non come fattori di possibile arricchimento comune.

Ed il nostro Paese?   Beh, come di consueto, ha attivato un imbuto ed un tritacarne di fatti, persone e problemi – più che culturale e di intelligenza empatica – basato su miopi preconcetti e rassicuranti routines: gli stessi metodi che hanno legittimato quel “cliché Italia” che Renzi definisce “fame d’Italia”, sic.   Tentando evidentemente di occultare (o forse non capendo..) che stiamo diventando il “malato d’Europa”.   Altro che semestre UE che avrebbe dovuto vederci come consapevoli capifila della ripresa e del cambiamento.   Il semestre entra nella fase finale e l’unica battaglia ingaggiata è quella della candidatura Mogherini a “dirigere” la politica internazionale dell’Unione.   Meravigliandosi poi che gli altri Paesi non si entusiasmino a constatare che – da noi – si spacciano inesperienza e giovane età (anagrafica…) come incontrovertibili fattori di cambiamento.     Ma questa rozza e fuorviante formula è (demoscopicamente) vincente nei giorni in cui il giovane grillino Di Battista pone la propria candidatura alla successione dell’anziano demagogo Pannella con l’appello alla non violenza e al “riconoscimento” di sanguinari estremisti.    Tanto – ancora come direbbero i poeti dialettali “romaneschi” – “so’ chiacchiere”.   Breve: ne vedremo delle belle.       Come minimo la consueta coabitazione tra il circospetto cinismo tattico degli apparati di sicurezza nazionali e la tonitruante  declaratoria della “nomenklatura” politica.

Una formula di dicotomia tra il “dire” ed il “fare” che esiste in Italia da decenni, proprio da quando fu lanciata e portata avanti la campagna  radicale sulla “strage per fame” che si tradusse in una “abbuffata” senza precedenti sui fondi di cooperazione: senza peraltro salvare manco mezza vita umana…  Analoga formula è quella sulla strage in corso nel canale di Sicilia a prescindere da come Mare Nostrum o l’Agenzia europea Frontex si ripartiscano competenze e responsabilità.     Il tutto mentre la Ministra della Pubblica Amministrazione (competenze? O viaggi di piacere pagati dal contribuente?) va e viene dall’Africa con aerei di Stato con bambini neri  selezionati ed eletti ad icone della bontà nazionale…

Un primo suggerimento per la ripresa autunnale: partire dal sostanziale ma già acquisito fallimento del commissariato alla “Spending Review” ed istituirne altri due: uno alla “logic Review”, ovvero verifica dei requisiti minimi di logica elementare nella dialettica governativa ed un altro di “Esthetic Review”  per evitare che le continue cadute di gusto in scelte e dichiarazioni non incrinino irreversibilmente l’immagine nazionale tornita e consacrata nel riconosciuto (anche se perduto nel passato più tremoto) primato italiano di arte e cultura.

Entrambi i “Commissariati” si tradurrebbero – per ovvie ragioni – vuoi in risparmi di spesa che in accresciuti guadagni.  Ci pensino…

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