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25/07/2014

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Era il 25 luglio di 71 anni fa, le cicale frinivano impazzite nel verde selvatico di Villa Savoia (oggi Villa Ada) a Roma e Re Vittorio Emanuele III, il piccolo Re che si era acconciato a dividere il potere con il Cavaliere (anche lui…) Benito Mussolini con il risultato di cumulare un ventennio di dittatura ed una catastrofe bellica e morale, decideva di convocare il dittatore per un colloquio che sapeva essere l’ultimo.  Il piccolo ma coriaceo Savoia aveva infatti deciso di liberarsi (lui, non il Paese…) di quello che riteneva ormai un incomodo “servitore”.

E così andò – all’indomani della sconfessione subita nella notte dal Gran Consiglio dai suoi accoliti speranzosi di una salvezza all’ultimo minuto con la guerra irrimediabilmente (e prevedibilmente)  persa e macerie dappertutto.  Il resto è storia, a partire dai carabinieri e dall’ambulanza che portarono via l’ex Duce dal grande parco suburbano inclusa la successiva  fucilazione a Verona dei trasformisti dell’ultima ora a guisa di vendetta “fuori tempo massimo” e di tragedia tardo-greca con il genero Galeazzo Ciano tra le non incolpevoli vittime.

Quanto a Mussolini medesimo, durava ancora qualche mese per finire poi fucilato da partigiani (ed Intelligence Service inglese timoroso di scomode tardive rivelazioni…) sulla via di una impossibile fuga verso la Svizzera, camuffato da soldato tedesco e cioè di quello che era diventato…  Doppio era il commento del vecchio amico (di mezzo secolo prima…) socialista Pietro Nenni: a voce, “poverino”, “puvrein” (da buoni romagnoli), per iscritto sull’“Avanti” “giustizia è fatta”.

Più farsesco il nostro 25 luglio di quest’anno. Con un variopinto drappello di parlamentari (per lo più senatori, ma non solo…) intenti a “scalare” il colle (bassino in verità…) Quirinale per protestare con il Capo dello Stato “reo” di aver esplicitamente “coperto” il decisionismo renziano sia con le dichiarazioni (tipo: basta chiacchiere, si facciano le riforme, senza specificare quali ma presumibilmente quelle governative), sia con il sostegno al “taglio” dei tempi della variopinta opposizione parlamentare.

A noi questo dibattito non appassiona e non casualmente lo abbiamo accostato alla fine del “ventennio”, alla sconfitta bellica, all’affondamento del Paese, perché il clima – mutatis mutandis – è quello.   Dopo ben tre Gabinetti governativi siamo al punto di partenza: l’Italia non solo non esce dalla palude, ma vi sprofonda sempre più.  Di fatto nessuna crescita è più prevista per l’anno in corso e, presumibilmente, per il prossimo.   Il Governo non ha preso un solo provvedimento di risanamento e/o di rilancio: chi ce la fa buon per lui e gli altri (ovvero la grande maggioranza…) si arrangino.   I giovani oscillano tra sbando ed inerzia, a meno naturalmente che non escano dalle “grandi famiglie”.  I quadri dirigenti sono gli stessi, tutti usciti da una selezione rovesciata che è la vera “cifra” del Paese. Di suo Renzi ha aggiunto un tasso di esplicita arroganza che fino ad ora si aveva avuto il “buon gusto” di camuffare.   Non bastasse, ha lanciato una campagna mediatica senza precedenti che dimostra soltanto fino a che punto egli disprezzi – o conosca bene – i suoi concittadini.    Dai trentuno piccoli congolesi “salvati” (a spese nostre) dalla fatina bionda siamo passati alla giovane cattolica sudanese: intanto si muore, e non solo nel Canale di Sicilia.  Ma chisse ne frega, purchè le immagini degli abbracci (pelosi) a Ciampino oscurino tutti gli altri massacri, oltraggi alla dignità umana, inerzie colpevoli.

Sul piano dei contenuti economici siamo alle solite: il debito è enorme, ma la ricchezza cumulata dal Paese (in poche, pochissime mani) è enorme.  Le “ricette” sono quelle- ad esempio – divisate dal furbo Ministro Franceschini per la cultura: messa sul mercato e regalata ai privati, cioè espropriata…  E se Renzi ne blocca le iniziative legislative è solo perché non le ha concordate con lui.

A nostro avviso la verità è che nulla è cambiato, nessuna revisione culturale è in atto, è solo il metodo – sempre più decisionista ed incolto – a procedere.   E queste sarebbero le riforme?   In attesa della “sera della vittoria” elettorale come nella “Plaza de Toros”.    E sarà forse alle fatidiche cinque della sera?  E che ne pensano i “tori”?   E’ forse per questa ragione che l’ora della verità – anche per noi Italiani – non scatta mai.

Quanto al dibattituccio parlamentare basterebbe un dettaglio per capire che vira al nulla, affidato come è alle sapienti mani della Senatrice Finocchiaro, la stessa che impedì una riforma elettorale rispettosa del dettato (e delle sentenze) costituzionali.   Quanto poi alla “vittoria” delle Europee la raccontino a chi non conosce non si dica la matematica superiore, ma neppure l’aritmetica elementare.  Quella che conosce l’esistenza del numeratore, ma anche del denominatore.  Degli astenuti appunto.

Continuino pure, ma tengano a mente che i fatti sono duri.    E sì certo, vadano pure all’ennesimo voto.  Potrebbe essere l’occasione per il risveglio: non già della “nomenklatura”, bensì di un intero Paese.   Che non è fatto di idioti, o di scostumati.

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