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18/07/2014

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Era il 18 marzo quando il volo Malaysian 370 spariva per sempre in una gigantesca area tra l’Asia sud-orientale e l’Australia.  Come, dove e perché rimane indeterminato.  Nella mattinata di ieri un altro Boeing 777(volo 17 da Amsterdam a Kuala Lumpur) della stessa Compagnia con quasi trecento persone a bordo tra passeggeri ed equipaggio cadeva nell’area di conflitto tra truppe ucraine e separatisti filo-russi, in Ucraina orientale non lontano dalla città di Donetz.  Non ci sono superstiti.   Con ogni evidenza l’aereo era stato colpito da un missile terra-aria. Lanciato da chi non è ancora dato di sapere, così come rimane aperta la possibilità che l’aereo non sia stato identificato come un normale volo commerciale, dunque civile.

Questo tipo di eventi non è nuovo: già nel 1983 un Jumbo sud-coreano veniva abbattuto dai Mig russi con la “giustificazione” che il velivolo non aveva adempiuto alle richieste di identificazione  e correzione di rotta segnalate dalla difesa aerea sovietica.  Il caso provocava le più ferme reazioni e rimaneva ingiustificato ed ingiustificabile….  Anche nel più ristretto cielo del Mediterraneo era da tempo (27 giugno 1980) avvenuta la “misteriosa” tragedia di Ustica in cui un volo civile locale italiano finiva nel mezzo di un’operazione militare e precipitava di fronte alle coste siciliane: di più in quel caso il “depistaggio” ed il segreto politico militare finivano per oscurare la natura dei fatti.  Ovvero allargarli invece di circoscriverli.

Difficile prevedere in questa fase se qualche squarcio di luce investirà l’attuale tragedia ucraina in un contesto che nelle ultime settimane era sembrato diluirsi ed incistarsi in una sostanziale paralisi: Mosca non recede, Washington (e la riluttante Europa…) intensifica le sanzioni, sul terreno si replica uno scenario sanguinoso simile a quello registrato a suo tempo nella ex Jugoslavia. Senza che i “cessate il fuoco” sul campo funzionino davvero.

Di fatto, ancora una volta viene confermata l’irreversibile contiguità tra la vita “civile” ed i conflitti armati.  Una volta lasciato partire un conflitto le “prime linee” sono dappertutto e le vittime civili diventano la norma.  Si muore più facilmente tenendo tra le mani un orsacchiotto di peluche o una guida di Bali piuttosto che un testo integralista o un manuale bellico.  Ed è ben scarsa consolazione sapere che Putin ed Obama erano già al telefono quando si apprendeva la notizia della tragedia.   Lo spettacolo è planetario, l’impotenza pure.  Anche se la responsabilità (irresponsabilità?) di fornire sistemi d’arma sofisticati e distruttivi ad Armate Brancaleone ricade su i Governi che le compiono per guadagnare margini negoziali… Interrogativo: la “Stupidity” è di chi accusa Mosca o di Mosca medesima”.    Vedremo.  Forse.

Ed è esattamente quanto ha ripreso ad accadere nell’enclave di Gaza (rinchiusa, come si è detto, tra “muro” e mare) dove la tragedia avviene in diretta: tanto visibile quanto inconcludente.   Nel frattempo Israele ha ripreso le operazioni di terra: fino a quando?  Con quali obiettivi?

Fortunatamente l’Italia continua un cabotaggio da sinistra bonaccia ben simbolizzato dall’incautamente “strombazzato” recupero e trasferimento (per futura rottamazione…) della “Concordia”: una vera e propria “lezione” mediatica su come trasformare una débacle in un mezzo trionfo…

Un ribaltamento analogo è stato operato con la fallita offensiva europea che – se mai – ha confermato quanto da tempo si dice e cioè la radicata tendenza italiana a trasferire i propri conflitti e contese di potere al contesto internazionale. Magari spacciando il tutto come puntigliosa difesa della dignità nazionale.   Già perché – come noto a tutti – l’ottima Mogherini è italiana, mentre Enrico Letta è turco…  Non sarà invece che le scelte internazionali del nostro Paese hanno l’occhio soltanto alle beghe domestiche?  E non sarà che – sull’ “esempio” degli amici (e maestri…) israeliani ci stiamo diligentemente costruendo il nostro piccolo, provinciale Netanyahu…

Infine, una nota leggera viene da Cesano Boscone ove il “Nostro” aspetta fiduciosamente ed operosamente un nuova tappa (sentenza d’appello caso Ruby) del suo “calvario”.  Auguri.

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