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11/07/2014

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israele palestina

I nodi – qualche volta – vengono al pettine.   Ovvero – come si usa dire – non c’è nulla di più duro dei fatti.   La propaganda, la diversione dell’attenzione (e della comprensione…) da tempo assurte al rango di scienze esatte non riescono però a cancellare indefinitamente le contraddizioni reali.   E queste esplodono – presto o tardi – seguendo dinamiche non asservibili alla “neo-lingua” e al suo potenziale di occultamento.  Questa è la lezione che si ricava da due scenari internazionali alla ribalta delle ultime 48 ore e che – apparentemente – nulla accomuna, anzi che più lontani non si può.

Ci si riferisce alla crisi nelle relazioni inter-atlantiche o – per essere più chiari – tra Germania e Stati Uniti e nel vicino Oriente ai concreti e già sanguinosi “venti di guerra” tra Israele ed il mondo arabo-palestinese che il Gabinetto Netanyahu tenta di circoscrivere alla componente di Hamas e territorialmente alla “sacca” della striscia di Gaza di fatto trasformata (non senza responsabilità dello stesso Hamas) in un ghetto su cui esercitare nuovamente una “ammonitoria” potenza di fuoco.

Nel frattempo nel nostro piccolo Paese (investito da un ulteriore crollo di un altro 2% della produzione industriale e privo di qualsivoglia segnale di ripresa economica, per non parlare di quella sociale o morale)  prosegue l’instancabile pratica politica “masturbatoria” chissà perché definita “riforme” (addirittura denominata dallo stesso Renzi “rivoluzione del buon senso”, sic e che prevedrebbe tra l’altro – incredibilmente – un riconoscimento e addirittura un’ascesa istituzionale nell’istituendo ed “immune” “Senato degli ottimati” di quei dirigenti politici locali già falcidiati da dimissioni coatte, richieste di arresto, incapacità protratta e dolosa di gestione.   Un orrendo mistero di cecità politica il cui senso potrebbe essere rivelato solo dalle querule vestali, “groupies”, di un Premier ritenuto (chissà perché) capace di “salvare il Paese”.   Ma lasciamo queste miserie all’attenzione dei “commentatori” politici e torniamo ai veri fatti del giorno.     Come diceva il poeta “lasciateci divertire”, anzi lasciamoli divertire con il “patto del Nazareno” e dintorni.    Ad un certo punto “l’Italia farà da sé”…

Berlino.  Le durissime e crescenti reazioni della Cancelleria tedesca di fronte al sostanziale “non cale”, alla sottovalutazione, dell’Amministrazione statunitense delle rimostranze di Angela Merkel già all’epoca delle rivelazioni di Snowden sulle intercettazioni delle sue comunicazioni dimostrano che il Governo tedesco non ha nessuna intenzione di comportarsi da vassallo preposto ad un territorio infido.   L’espulsione de facto del capostazione CIA dalla capitale tedesca e, soprattutto, l’irritato e sprezzante commento del Ministro Schauble sulla “stupidità” di sprecare risorse per spiare amici ed alleati, sono precisi segnali dell’insoddisfazione per uno “statuto” che – ormai – più che rassicurarli, li condanna ad una “minorità” sempre più insopportabile.   Berlino pensa di aver fatto ben più che i propri compiti a casa: sia quelli della lealtà nei confronti del Paese vincitore della Seconda Guerra mondiale, che quelli democratici in senso lato e – naturalmente – quelli dell’integrazione europea.    Sottopelle sembra addirittura emergere una sorta di offesa amarezza (nel contesto europeo questa è del resto la chiave di lettura più profonda della rigidità di approccio): quasi l’insofferenza di un Paese “occupato” e – per di più – messo sotto indefinita tutela.

La crisi dei processi di integrazione, l’ottica “nazionale” (più che democraticamente “imperiale”) di Washington hanno finito per toccare un nervo sensibilissimo per i Tedeschi: quello della sovranità nazionale.   I sensi di colpa sono ormai rimossi non solo nella psiche collettiva del Paese, ma anche nella politica che inevitabilmente ha più che digerito l’unificazione e cerca ora nuove strade.  Certo non l’euro e le sue faticose contraddizioni…

Non va neppure dimenticato che la Cancelliera Merkel è in questi giorni di ritorno dall’ennesima visita a Pechino (proprio quando si apprende che il gigante economico e strategico asiatico annuncia l’intenzione di realizzare un secondo “canale di Panama” più ambizioso e a maggior portata, il “canale del Guatemala”…) in una visita che ai positivi risultati economici potrebbe aggiungere aperture di credito politiche.  In breve, se il mondo è questo, ognuno gioca le sue carte, e le carte si rimescolano continuamente…

Israele, la Palestina ed il contesto arabo, islamico.  Anche qui il quadro presentato è monco anche se ricco di dettagli (la crisi di Hamas, l’irrappresentatività di Abu Abbas, uccisioni e rappresaglie, lo spettro del “Califfato” che peraltro ormai esiste e rischia di costituire un rischio strutturalmente maggiore e geopoliticamente più allargato del “fochismo” di Al Qaeda), dettagli che omettono di spiegare che le contraddizioni di fondo sottendono e premono sui dettagli.   Il massacro siriano, la frammentazione irachena, la frustrazione egiziana, le transizioni in Arabia e nel Golfo pesano, ma pesa ancora di più lo “sbilancio” irrisolto tra Israele, la “Palestina”.  Questo “sbilancio” è archiviato solo nella testa ormai irrimediabilmente “congiunturale” dei dirigenti israeliani.

Il rientro in campo (dovuto e legittimo) del solitamente assonnato Segretario-generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon sul punto (assolutamente motivato sul piano del diritto internazionale) della “sproporzione” della reazione israeliana ai missili di Hamas riapre la questione di fondo che i dirigenti israeliani da sempre tentano di circoscrivere: il nodo non è solo quello della sicurezza tecnico-militare del loro Paese, ma anche del carattere monco ed unilaterale dell’assetto uscito più che impegni ed accordi internazionali da vittoriose (per Israele) vicende militari.   La massiccia espansione  territoriale del Paese ebraico (perché questo così si auto-connota, nonostante una consistente fetta di cittadini arabi e non solo arabi) sarà pure un dato di fatto largamente immodificabile, ma sarebbe interesse (soprattutto a medio termine e siamo già oltre il medio termine…) di Israele di stabilizzare e contenere al massimo lo “sbilancio” in cui il loro Paese vive.   L’oggettivo e cinico congiunturalismo fin qui praticato non giova, così come non giova – a nostro avviso – l’onnipresenza del richiamo alla tragedia della shoah: una tragedia ebraica, europea, dell’intera umanità ma certamente non attribuibile ai musulmani (poche settimane fa a Gerusalemme un giovane ebreo diceva a chi scrive che il “problema” storico e della convivenza era semmai con i Cristiani…).

Ma, anche qui, il punto conflittuale non appartiene alle popolazioni (ora più che mai avvicinate da un ethos comune e potenzialmente cosmopolita) quanto piuttosto a forme Stato sempre più miopi e sempre più arroccate in un’ unilateralità, più che geopolitica primitivamente territoriale ed irrazionale.   Viene raramente ricordato, ma fin da una fase della Seconda Guerra mondiale (Guerra di Nazioni e di ideologie contrapposte) in cui l’esito non era affatto scontato, proprio dagli Stati Uniti (e da esigue minoranze europee ed extra-europee) veniva un messaggio ed un’impalcatura istituzionale cosmopolita.  Purtroppo difficile comparare gli attuali rituali interventi del Presidente Obama con la lungimirante impostazione cooperativa (con l’arcinemico Giappone!) impostata da George Kennan fin dai primi anni ’40.

Chissà se Netanyahu queste cose le sa?

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