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06/06/2014

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Questa volta non ci sono voluti i fatidici (e immaginari) “20mila morti per sedere al tavolo della pace” che – secondo Mussolini – gli avrebbero guadagnato un ruolo nell’assetto continentale (e mondiale) dopo la vittoria nazista nella seconda Guerra mondiale.  Infatti è bastato un prestigio che – internazionalmente – è tuttora più personale che dell’intero Paese per assicurare a Giorgio Napolitano la presenza alle celebrazioni in Normandia di quel “D Day” dello sbarco alleato che iniziò la disfatta tedesca in Europa fino a quel momento assicurata solo dalla “grande guerra patriottica” di resistenza alle truppe naziste sostenuta dall’Armata Rossa (cfr la battaglia di Stalingrado…).    Il riconoscimento “concesso” per la prima volta all’Italia (il “D Day” si celebra da tempo immemorabile) non è senza significato e – in qualche modo – apre una pagina nuova sul nostro ruolo storico troppo spesso (a differenza della Francia che potè spendere fin dal principio il ruolo del Generale De Gaulle nel contrasto europeo ad Hitler e ai suoi sogni egemonici) confinato tra “utili idioti del nazismo” e ossequienti – e tardivi – adepti della democrazia “occidentale”.

Dunque da oggi non siamo più i soliti “voltagabbana”, bensì un Paese uscito con qualche dignità da uno storico errore  che al principio fu contrastato solo da un pugno di diplomatici (storica l’opposizione dell’Ambasciatore a Berlino Attolico cacciato dal Duce per “inattendibilità”) e dalle voci residue dell’antifascismo…     In realtà il passato è ben noto anche se tuttora mette in luce la persistente fragilità – nel nostro Paese – delle voci non unanimiste in una pratica di consenso sociale che conferma come l’Italia non sia affatto – anche oggi – la terra dell’anticonformismo e dell’individualismo quanto piuttosto un’area socio-culturale assai amorfa e refrattaria anche al più sano dei radicalismi.

Per l’oggi il senso della giornata odierna è piuttosto chiaro e vede naturalmente al centro le relazioni trans-atlantiche e l’aspirazione dell’Amministrazione Obama che – entrata nella fase finale – intende recuperare un asse logorato dal tempo e, soprattutto, da un’evoluzione verso l’Asia Pacifico del baricentro internazionale.    Di più, in tempo di globalismo, si intendono ribadire pilastri storici della vocazione internazionale degli Stati Uniti.

C’è poi un evidente “messaggio” europeo in tempi di evidente crisi e incertezza sul “che fare” europeo ora impantanato nella determinazione di una nuova dirigenza dell’Unione.  E c’è anche – se pure “sottotraccia” – un segnale “pacifista” proprio in presenza del (ahimé comprensibile) “revanscismo” russo.

Insomma una giornata (probabilmente piovosa, ora come allora) che se non è ispirata al solo “salvate il soldato Ryan”, certo allude al valore costante della pace e della ricomposizione non bellica dei conflitti.

Dunque benissimo esserci ed esserci al più alto e simbolico livello.

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