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22/05/2014

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CAMBIAVERSO2

Tra 24 ore si concluderà anche la “guerra delle piazze” che ha visto contrapposti Beppe Grillo e Matteo Renzi  e domenica (dopo la mini-pausa di riflessione che fa parte dei rituali nazionali) i cittadini italiani andranno – si spera in numero consistente – a votare.   La riflessione europea – se ci sarà – verrà dopo e questo spiega come anche l’evento epocale di un riavvicinamento tra l’Unione Sovietica e la Cina su di un terreno – quale è quello delle forniture energetiche – oggettivamente antagonistico con gli interessi europei sia passato pressochè inosservato.   Viceversa sta anche qui una delle ragioni secondo le quali l’Europa non è più un’opzione, ma una necessità che non può essere messa in discussione né dai maligni valligiani della rediviva (un po’…) Lega Nord, né dai ben più numerosi sprovveduti che si gingillano con idiozie come il ritorno alla lira e alla cosiddetta “sovranità monetaria”.  Costoro ignorano che – quando la lira svalutò del 30%  – l’allora Primo Ministro Amato dovette ottenere il consenso preliminare non solo dei Tedeschi ma anche dei Francesi e di chiunque contasse negli equilibri monetari.    Ma costoro ignorano anche che, fuori dell’Europa, l’Italia diventerebbe in un battibaleno una “riserva di Mohicani” seduti sul famoso patrimonio artistico e culturale dell’umanità di cui più che continuatori sono – come è noto – noncuranti custodi (Pompei a pezzi, Chiese storiche e Ponti vecchi “noleggiati” a Firenze per “eventi”, Colosseo sigillato ai turisti).  In breve un mini-museo isolato dal resto del mondo.   Ma di questo ci sarà tempo per parlare, anche a prescindere dall’anzitempo celebrato semestre a Presidenza italiana che parte per rotazione il 1 luglio e (tanto per cambiare…) ha già permesso distribuzioni di regalie e consulenze…

Due parole invece sulla “guerra delle piazze”, quelle piazze che il PD aveva abbandonato trasformandole in raduni musicali ovvero preferendo gli ambienti ovattati dei media a pagamento, una fuga dal confronto diretto con i cittadini che non solo sanciva una pretesa assunzione perpetua nel ristretto circolo della classe dirigente nazionale (senza bisogno della spregiata “piazza”) e registrava con soddisfazione lo “sganciamento” da quelle che lo stesso Presidente Napolitano definì recentemente “maestranze”.  Non più cittadini lavoratori, bensì i condannati alla manualità del loro lavoro.

La fuga dalle piazze e dal confronto diretto aveva lasciato ampio spazio a chi il contatto lo cercava, invece di “schifarlo” o ridurlo al cosiddetto “bagno di folla” (stile le passeggiate berlusconiane) e così – questa volta – l’onnipresente “Matteosubito” ha tentato di correre ai ripari.   Vedremo con quale successo…    Ma il punto sta altrove e cioè nel fatto che – a fronte della distanza anche culturale, di bisogni e di aspettative che separa l’élite PD dai suoi votanti, dalla sua tradizionale base sociale – anche e cosiddette “sparate” grilline rispondono ad una logica largamente condivisa da milioni di Italiani.  Facciamo qualche esempio dai due campi contrapposti.   Quando Grillo minaccia i “tribunali popolari” per giornalisti, politici ed imprenditori, non fa altro che incarnare il desiderio profondo del Paese di cambiare una classe dirigente che (ad avviso di molti) è responsabile dell’attuale drammatica crisi del Paese: un cambiamento reclamato per ormai un paio di decenni e fin qui neppure sfiorato, anzi ridicolizzato da ultimo con il “reclutamento” mediatico della classe “dirigente” renziana.

In sintesi quello che (soprattutto per la “casta”) è un pericolo, per le piazze – e la rete – grillina è un’opportunità.  Da afferrare costi quello che costi.

Ovvio che la logica sia opposta in campo avverso.   Abituati soprattutto nell’ultimo triennio a cortocircuitare i meccanismi e le garanzie anche formali della democrazia rappresentativa sancita nella nostra Costituzione  (un esempio per tutti la “chiamata” di Monti e co per salvare la situazione finanziaria … ovvero il cosiddetto “complotto” per “liberarsi” dell’ingombrante e controproducente egemonia berlusconiana) hanno iniziato una pratica di soliloquio auto-elogiativo.   Tipica è l’insistenza renziana con la quale – dopo aver definito “riforme” la scarica di “contro-riforme” tardo-liberiste del suo Governo – non si perita di minacciare l’abbandono qualora non lo si lasciasse “completare” l’opera.    Una arroganza sconosciuta nelle democrazie occidentali in cui – bene o male – si cerca di intercettare il consenso e perfino gli umori dei cittadini, non di coartarli con una massiccia (e costosissima per le pubbliche finanze) campagna mediatica.      E, sia detto per inciso, questo spiega l’inclusione dei giornalisti nel “bando” di accusa grillino.

Analogamente gli imprenditori non sono – in Italia – dei volenterosi e capaci “quidam de populo” al servizio della crescita del Paese (oltre che del loro legittimo tornaconto) bensì (decine di inchieste ed arresti lo dimostrano) degli astuti utilizzatori di quel liberismo d’accatto di cui Renzi è fautore:  In parte colpa non loro ma di uno Stato che – quasi unico al mondo – ha da decenni rinunciato ad elaborare e gestire la politica industriale e la progettualità economica del Paese.  Con i risultati sotto gli occhi di tutti ed una espropriazione di ricchezza pubblica  senza precedenti.  Questo punto – qui appena accennato – affiora ormai nella coscienza collettiva.   Stufa della stolida lagnosità dei tradizionali, autolesionisti, approcci sindacali.

Ed allora anche qui il messaggio e la contesa in atto (destinata ad approfondirsi comunque nonostante i caveat preventivi e rituali di Renzi e co. sulla inamovibilità del suo Governo, indifferente agli esiti di una consultazione elettorale non “italiana”) rispondono ad un punto-chiave del non più dilazionabile risveglio del Paese.

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