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20/05/2014

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Una sera sei Jago e la sera dopo sarai Otello.   Questa la “sfida” classica tra grandi attori shakespeariani (italiani inclusi come i Gassman e Randone di una volta) ed è esattamente quanto ci hanno offerto – a chiusura di una orrenda e vuota campagna elettorale per le Europee – il “Mangiafuoco” Grillo e la “faina” Vespa in una edizione “straordinaria” di Porta a Porta.     L’inversione dei ruoli era in cartellone e – purtuttavia – assistervi ha suscitato negli spettatori sorpresa ed un qualche imbarazzo.

Grillo ha tentato la via della rassicurazione e della bonomia, ma si è scontrato con un astuto e minaccioso Vespa, carico dell’aggressività che lo contraddistingue quando si trova davanti un (possibile) perdente e – comunque – uno che potrebbe (indirettamente) metterne in forse il lucroso ruolo di aedo del “regime” trasformandolo in un soprammobile passato di moda.

Di fatto, il primo passo falso lo aveva già compiuto il leader del “Cinque stelle” ricercando il più insidioso dei palcoscenici e – per di più – pretendendo un proscenio esclusivo.   Ma Vespa, trasformata l’untuosità del ruolo “notarile” (sfoggiata nell’indimenticabile serata del “contratto con gli Italiani” con il Berlusconi armato di stilografica da assemblea del condominio) in puntigliosità da “giornalista” effettuava tutte le sortite necessarie per infilzare un toro dalle corna imbottite.   Ferito da       queste “banderillas” il comico già ritenuto “coriaceo” ne usciva con una doppia faccia: quella di un perdente temerario di fronte all’inossidabile certezza dell’ordine costituito (di cui Vespa è uno dei sacerdoti…)  ovvero quella – peraltro assai simile – di uno “che ci ha provato, ma tutto sommato teme di non riuscirci”.

Naturalmente le cronache “ufficiali” riportano una versione completamente diversa e si limitano alla consueta “lettura” degli “insulti e minacce”.  E non importa che non ci siano stati… né gli uni, né le altre.

I prossimi giorni, fino a domenica sera e nonostante l’imminente silenzio delle propagande, diranno chi ha vinto e chi ha perso.    Da subito – e in attesa del verdetto “finale” – possiamo però cercare di trarre qualche indicazione e spunto di riflessione.   La prima è appunto quella dell’assenza pressochè totale (magari con l’eccezione della lista Tsipras incarnata dalla faccia pulita ed intelligente del politico greco e da quella di Barbara Spinelli) delle tematiche europee, del “che fare” all’interno dell’unico contesto possibile per il nostro disgraziato Paese.

La seconda è che – mentre Grillo non poteva discostarsi dalla sua impostazione “referendaria” giacché questo del “risanamento purificatore”  è, e fin qui rimane, l’unico tema costituente del suo movimento, l’“establishment” politico italiano avrebbe potuto  portare il confronto su temi ed agenda – interni ed internazionale – sui quali si gioca il futuro dell’Unione e le nostre residue speranze di uscire da una impasse che non è congiunturale, ma storica.

Se non lo ha fatto – limitandosi a demonizzare il “buffone” e chi lo segue – è perché il gruppo maggioritario di tale classe dirigente e cioè il PD ha – di fatto – un solo e poco presentabile obiettivo: quello dell’autoconservazione di sé.   Fino  a che regge il Paese che – più che guarire e governare – parassita da ormai qualche decennio.

L’assordante assenza di proposte corrisponde ad una instancabile vociferazione del Gabinetto Renzi (anzi del “solista” Renzi) il cui “cronoprogramma” va valutato su due dati: il peggioramento di tutti i dati economici, sociali e di aspettative e l’aggravamento (non l’alleggerimento) della imposizione più rapace e sterile d’Europa (se non dell’universo mondo…).      Così, mentre si presentavano liste perfino più vuote e di “facciata” di quanto non già non si usasse da molte decadi (fino allo sberleffo di mettere al posto dei Santoro e delle Gruber di una volta tutte le Bonafè disponibili sul mercato), non restava che far partire la campagna “anti-buffone”, quell’altra della “speranza, non rabbia” e quella classica italica del “no al salto nel buio”.

Peccato che nel buio ci siamo già da un trentennio e cioè ben prima della crisi finanziaria.

Ci siamo e ci resteremo?

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