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16/05/2014

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Pulcinella

E così anche l’ultima “trovata” dell’inetta classe dirigente italiana si sta avviando al più totale dei fallimenti: rimpiazzare “pulcinella” con “arlecchino” (riempia il lettore i connotati reali, i personaggi veri nascosti nelle due grandi maschere italiane…) non ha funzionato: la giornata di ieri ha infatti certificato che il reddito del Paese è tornato all’anno 2000.   Ovvero che in 14 anni l’Italia  è l’unico Paese G8 (i “grandi” della area occidentale e/o ad economia di mercato) ad avere indietreggiato.    Quel segno meno sui dati reali del primo trimestre certifica che la “ripresa” o perfino la “ripresina” era una fanfaluca, uno specchietto per le allodole, vetrini offerti ad indigeni creduloni e soprattutto inermi.    Perché questa è la condizione in cui si trovano i “non innocenti” italiani.

A questo punto accertare se lo “spread” che “uccise” Berlusconi (abbandonato da ormai infastidite classi dirigenti internazionali, più che da plebi e sodali nazionali…) sia stato un fenomeno fisiologico creato dalla crisi internazionale e dalla fragilità dell’economia italiana  oppure un “complotto” (meglio: espediente per toglierselo di torno) è questione che interessa lui e lui soltanto.    Il punto è evidentemente altrove.    I successivi fallimenti di Monti (colui che abbatté la febbre ma quasi ammazzò il paziente…) di Letta (medico timoroso di piaghe e di sangue, più avvezzo ai “congressi” internazionali che alle corsie con i malati veri) ed ora – giorno dopo giorno, gabbola dopo gabbola – di “Matteosubito” dimostrano soprattutto che la malattia italiana non è affatto regredita ma si è incistata, cronicizzata al peggio.    Ed il paziente – cioè tutti noi – viene tenuto calmo con un misto di oppiacei ed impacchi di semi di lino.    Puo’ funzionare?  Evidentemente no.

La gazzarra con cui il Partito di Governo ha tentato ieri di salvare dall’arresto giudiziario un proprio esponente  accusato di reati che in Sicilia sono comuni da sempre come l’alternarsi delle stagioni (papparsi fondi di “formazione” per formare sacche di fondi da spartire, a cominciare da sé stessi…) e poi l’inevitabile “sacrificio” (definito dal capogruppo PD Speranza “una barbarie” mentre si trattava semplicemente della riduzione di un membro della “Casta” allo status di un cittadino qualunque inquisito dalla magistratura per reati che danneggiano l’intera collettività oltre che le casse pubbliche), ebbene questa evidente perdita di autocontrollo prova ancora un volta (con lo Scajola, l’Expo a Milano e compagnia cantante) che la “nomenklatura” è al capolinea.

E questo è un loro problema.   Che non riescono più a “curare” con leggi elettorali cucite sui loro bisogni di autoperpetuazione, con insopportabili “talk show” di regime, con media sovvenzionati con fondi pubblici e mirati alla disinformazione più che al servizio al pubblico a condizioni di mercato.

Ma c’è anche un “nostro” problema e consiste molto semplicemente nel fatto che – continuando così – non uno degli irrisolti nodi nazionali verrà risolto: non basta cacciare un Mastrapasqua o lasciar arrestare un Genovese (e co. …) per ripulire e chiarificare un’atmosfera che ha raggiunto l’attuale “intorbidamento”.    Il nodo è molto più dentro: completare la modernizzazione del Paese (bloccata da quasi un trentennio e ben lontana dagli standard europei), ripristinare un rapporto minimamente rappresentativo tra cittadini e politica, restituire ad una politica risanata e trasparente scelte da decenni delegate a gruppi di interesse, camarille più o meno occulte: a tutto dedite meno che al “bene comune”.     E, al tempo stesso, far cessare le politiche di “instupidimento” promosse nelle ultime due decadi e sostituirle con una vera e propria mobilitazione nazionale: non quella dei “pionierini” del servizio civile (ultima “invenzione” renziana, presa probabilmente da vecchi album di Walt Disney, ovvero da cronache del tardo sovietismo…), bensì quella di un rilancio della partecipazione democratica.   Altra via non c’è: fallimento dopo fallimento, recessione dopo recessione, è l’intero Paese che – invece di misurarsi con tutte le sfide del mutamento (globalizzazione inclusa e compresi tanto i movimenti delle persone che quelli dell’economia della produzione dell’innovazione e della finanza) – tenta una disperata marcia indietro.   Nella quale – come si dice – non si salverà nessuno.

Infine ricordare di tenersi stretti (a partire dalle elezioni del 25 maggio)  a quel “giubbotto di salvataggio” europeo senza il quale si rischia – nelle condizioni attuali – di ritornare  al Granducato immaginario di vecchi film (tipo “il Ruggito del topo”) ovvero allo sfascio di uno Stato “Bananas”: per di più non “a colori” tropicali, ma nello squallido bianco e nero degli ultimi anni.

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