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08/05/2014

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berleg33

Ben tre Governi (il sessantunesimo, il sessantaduesimo, il sessantatreesimo) si sono succeduti dal novembre 2012 alla testa della Repubblica.   Su tre Presidenti del Consiglio (Monti, Letta, Renzi), uno solo era presieduto da un membro del Parlamento, gli altri due premier rispettivamente sono un professore universitario (nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica all’alba dell’incarico governativo) e – attualmente – un Sindaco eletto al vertice del Partito di maggioranza relativa.

Non si vuole qui discutere sull’ “eleganza” e/o la piena rispondenza costituzionale di  una procedura quantomeno insolita negli oltre sessant’anni di democrazia, quanto piuttosto attirare l’attenzione e la riflessione – alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo – sul fatto che siffatta procedura si è accompagnata al triennio più duro e più triste della storia postbellica dell’Italia.  Che tale è e tale rimarrà nel prevedibile futuro, almeno a stare a tutti gli indicatori, inclusi quelli di carattere “sociale”.

Purtroppo questi Governi – tutti di formazione extra-parlamentare – non possono (e tanto meno nell’imminente scadenza elettorale…) essere sfiduciati dai cittadini con il voto.  E questo per la semplice e buona ragione che coalizioni e programmi (ove ci siano) non sono stati sottoposti ad alcun vaglio da parte dei cittadini.     Una “torsione” non prevista dalla nostra Costituzione che ha reso perfettamente logico uno sconvolgimento di tutti i parametri alla base della cosiddetta “offerta politica”.   Una situazione che si può spiegare con un esempio: il signor Rossi (o la Signora Rossi) va dal macellaio a comprare due hamburger di manzo e gli vengono venduti quelli vegetariani.  E fin qui poco male (a condizione che il prezzo sia congruo ed i componenti siano dichiarati).  Ma nulla di tutto ciò avviene nell’attuale caos pilotato (da chi?): il macellaio insiste a dire al compratore che trattasi di manzo e – di fronte alle contestazioni di un cliente magari anche disponibile al test vegetariano, ma non alla presa per il c. – si irrita, lo caccia, lo accusa di “passatismo” e perfino di oltraggio alla sua superiore competenza.

Altro paragone illustrativo, questa volta tratto dalla storia vera dell’ultimo ventennio.  Il Caimano, già Cavaliere, aveva convinto una buona fetta di Italiani che gli hamburger di soia sono un toccasana e quelli di manzo pericolosi per la salute; un’altra fetta (più contenuta) di concittadini approvava la favoletta ben sapendo che la propria “dieta” era, e rimaneva, fatta di succulente “fiorentine”.   In buona sostanza l’Unto del Signore (ed anche dal fondotinta, dalla colla colorata capillifera, eccetera, eccetera) vendeva porcheria avvolta di una strisciolina di carne di buona qualità.   E di qui il consenso pluridecennale.

Il nuovo “modello” di direzione politica (reso possibile dalla “torsione” costituzionale di cui si è detto) non prevede più neppure la strisciolina commestibile.   Basta rovesciare tutti i nomi delle cose.  Opero restaurazioni (esempio le liberalizzazioni selvagge nel “mercato del lavoro”, ovvero sulla viva pelle dei cittadini al lavoro o senza lavoro) e le chiamo incentivo all’occupazione, butto qualche monetina ai semi-poveracci (niente ai poveracci integrali evidentemente irrecuperabili) e lo chiamo sostegno al reddito ed incentivo ai consumi.   Svuoto l’apparato pubblico dello Stato e – sotto l’usbergo della qualunquistica parola d’ordine “lotta alla burocrazia” – definisco il tutto come “modernizzazione” del Paese.

Non basta: invece di introdurre meritocrazia e riequilibrio generazionale e tra i sessi, nomino plotoni di giovani donne (senza alcun “screening” di competenze ed esperienze che non sia la fedeltà al “capo” o ai “capi”) come la classe dirigente di un Paese rinnovato, modernizzato e libero da discriminazioni di genere.  In breve un fiotto di placebo di tutti i tipi destinato a surrogare l’evidente assenza di un progetto politico minimamente consensuale.    Nel frattempo all’estrema destra dello spettro politico non ci sono più esponenti della Destra “storica” bensì il cosiddetto Partito Democratico la cui piattaforma è tutta costruita sui cascami del più integralista revanscismo liberista.   Infatti, anche senza toccare i temi della politica estera e degli “allineamenti internazionali” (temi notoriamente interdetti alla pubblica opinione italiana allevata in un’ottica provinciale, piagnona, autoconsolatoria), è impressionante assistere alla definitiva liquidazione di un secolare patrimonio di riflessioni e di lotte e all’assunzione di un mimetismo perfetto con i più espliciti parametri anti-welfare.   Dalla Thatcher a Blair dando via libera al tradizionale livore della sinistra comunista (e post-comunista…) per tutte le esperienze socialdemocratiche o semplicemente keynesiane.

Purtroppo questo impressionante fenomeno di distorsione non soltanto politica, ma addirittura storica, non viene avvertito appieno dalla maggioranza dei cittadini: questa infatti capisce di più il vacuo slogan della “speranza versus la rabbia” (“Matteosubito” dixit).  E, quindi, si autocondanna all’impotenza e ad una subalternità senza precedenti nella storia repubblicana italiana.

Ed allora che fare e come collocare l’imminente scadenza europea in questa drammatica impasse che sta facendo milioni di vittime senza nome?

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